La Basilica  di  San Gavino  a Porto Torres

                                 a  cura di Maria Bastiana Cocco

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IL MARTIRIO DI SAN GAVINO

martirio

Cattedrale dell’Arcivescovo di Torres fino al XV secolo, quando sede episcopale fu trasferita nella chiesa di San Nicola a Sassari,continuņ comunque ad essere ininterrottamente meta di pellegrinaggio da parte dei fedeli provenienti dai principali centri  della Sardegna settentrionale, con uno spirito di genuina devozione che si č mantenuto vivo fino ad oggi.

La maestosa Basilica romanica di San Gavino a Porto Torres sorge in un’area ricca di testimonianze storico-archeologiche, un sito dove l’uomo ha lasciato tracce evidenti di quasi duemila anni di storia, di culto, di arte, di leggende e di tradizioni che si sono sviluppate a partire dalle figure di tre fra i Santi più venerati di tutta la Sardegna, i Martiri Turritani Gavino, Proto e Gianuario.

La loro vicenda si colloca cronologicamente ai tempi della persecuzione anticristiana promossa in tutto l’Impero romano sotto gli imperatori Diocleziano e Massimiano, nel 303-304 d.C., quando vennero emanati quattro editti volti alla soppressione delle comunità cristiane che ormai sorgevano ovunque nelle province a scapito del sempre più spiritualmente insoddisfacente paganesimo.
Il primo editto fu emanato il 23 febbraio 303 e ordinava la distruzione delle chiese cristiane, l’arsione pubblica dei libri sacri, lo smembramento delle comunità di fedeli; il secondo editto, sempre del 303, sanciva la cattura e l’imprigionamento di tutti i membri de clero, mentre il terzo editto, ancora nel 303, concedeva che fossero liberati gli ecclesiastici che avessero accettato di abiurare la religione cristiana offrendo sacrifici agli Dei pagani, condannando però alla tortura coloro che avessero perseverato nella loro fede; infine un quarto editto nel marzo del 304 impose a tutti gli abitanti dell’Impero di offrire sacrifici e libagioni agli idoli pagani.

Probabilmente la vicenda dei Martiri Turritani va legata all’applicazione del secondo e del terzo editto di persecuzione contro il clero emanati nel 303: infatti secondo quanto racconta la più antica testimonianza letteraria del martirio, la Passio Sanctorum Martyrum Gavini, Proti et Ianuarii  del XII secolo, nell’antica colonia romana di Turris Libisonis due religiosi nati in Sardegna e cresciuti in civitate Turritana, il presbitero Proto e il suo diacono Gianuario, vennero denunciati al governatore romano della Sardegna e della Corsica Barbaro perché si ostinavano a predicare la religione cristiana in un’area suburbana della città, il  Mons Agellus  (toponimo che rimanda al quartiere della città odierna e che ospiterà in seguito la Basilica romanica dedicata ai Martiri). Barbaro li fece convocare in Corsica, condannando in un primo momento Proto all’esilio nell’isola Cornicularia, (probabilmente un’isola dell’arcipelago della Maddalena) e trattenendo presso di sé il giovane Gianuario, mentre in un secondo tempo, rientrato in Sardegna a Turris con il giovane diacono e richiamato dall’esilio Proto, dopo aver sottoposto di nuovo inutilmente i due religiosi alla proposta di abiurare la loro fede e alla tortura, li imprigionò entrambi prima di eseguire la condanna a morte, affidandone la custodia al soldato Gavino. Quest’ultimo, folgorato dallo spirito con il quale i due prigionieri accettarono di subire pene atroci perseverando nella loro fede in Cristo, convertitosi, li lasciò liberi di nascondersi in una grotta alla periferia della città; per questo atto di insubordinazione fu processato al cospetto del governatore Barbaro, che lo condannò a morte per non aver rinunciato alla nuova fede appena abbracciata.
Lungo il cammino verso il luogo della decapitazione, presso gli scogli a picco sul mare fuori città (localizzati presso l’attuale rupe di Balai Lontano o di Santu Bainzu Iscabizzadu, dove è sorta la chiesetta che commemora il martirio), Gavino incontrò la moglie di Calpurnio, un contadino che spesso aveva ospitato il soldato a casa sua, la quale sconsolata gli consegnò con un gesto pieno di pietà il fazzoletto che portava sul capo affinché con esso potesse velarsi gli occhi nel momento della decapitazione. Gavino giunse alla rupe e dopo aver pregato in ginocchio il Signore, fu decapitato dai soldati che lo avevano condotto al martirio. Il suo Spirito apparse subito dopo la decapitazione a Calpurnio che rientrava dal lavoro nei campi; Gavino rinvigorì i suoi buoi affaticati e gli consegnò il fazzoletto che sua moglie gli aveva precedentemente offerto, in modo tale che glielo potesse restituire. Rientrato a casa e trovata la donna in lacrime per la sorte toccata al caro amico Gavino, incredulo al racconto dell’uccisione da lei fatto, Calpurnio rese il fazzoletto alla moglie che aprendolo lo vide macchiato del sangue del martire. I due allora compresero che era avvenuto davvero un grande prodigio e si inginocchiarono in preghiera tributando grandi lodi al Signore.
Gavino apparve dunque a Proto e Gianuario nella spelonca nella quale si erano rifugiati, non troppo lontano dal luogo del martirio, e li invitò a non aver paura di intraprendere come lui la via del sacrificio per Cristo; i due religiosi rientrarono allora in città e si presentarono a Barbaro chiedendo di seguire la stessa sorte del soldato Gavino; furono condotti sulla stessa rupe presso la quale Gavino era stato decapitato, cantando salmi lungo il cammino e pregando ininterrottamente fino all’esecuzione della condanna. Nella notte uomini pii raggiunsero il sito, raccolsero le loro spoglie e le seppellirono in un luogo “assai conveniente”, identificato secondo la tradizione con gli ipogei pagani presso la chiesetta di Balai Vicino o di San Gavino a Mare, dove la Passio attesta il realizzarsi in seguito di molti miracoli e dove i demoni sarebbero stati più volte prodigiosamente scacciati.

La Passio  riporta la data del martirio (dies natalis) di Gavino (25 ottobre) e del presbitero Proto con il suo giovane diacono Gianuario (27 ottobre), date che trovano riscontro nel Martirologio Geronimiano, dove Gavino è ricordato anche il 30 maggio.
Le date tramandate nella Passio sono confermate dalla locale lingua logudorese e da documenti storici medievali, dove il mese di ottobre è denominato appunto “Santu Aìni”.

 

 

 


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