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L’Immersione in Apnea: aspetti Fisiologici di Pierpaolo Giua Marassi
L’uomo ha grandi capacità d’adattamento ed ha sviluppato abilità
che gli hanno consentito di agire anche in situazioni ambientali non
adatte al suo organismo, se non addirittura ostili per la
sopravvivenza. La respirazione è un’esigenza essenziale per la
sopravvivenza poiché assicura l’apporto della più importante fonte
energetica dell’organismo: l’ossigeno (O2). L’ossigeno
si lega al sangue per mezzo dell’Emoglobina contenuta nei globuli
rossi per raggiunge tutti gli organi grazie al lavoro del cuore che
pompa il sangue nei vasi sanguigni. La combustione dell’ossigeno ci
consente la produzione d’energia in base alle esigenze
dell’organismo e genera un prodotto di scarto, l’Anidride Carbonica
(CO2), che viene eliminato con il respiro. Il nostro
cervello è l’organo più sensibile alla mancanza di ossigeno, infatti
al cessare dell’attività respiratoria s’interrompe l'apporto di
ossigeno si producono in pochi minuti danni cerebrali irreversibili
e sopraggiunge la morte.
L’attività respiratoria è di solito regolata automaticamente da
appositi centri nervosi che modulano in maniera continua l’attività
dei muscoli respiratori variando frequenza e profondità degli atti
respiratori. Così, senza che ne abbiamo una percezione cosciente,
vengono garantiti i livelli ideali d’Ossigeno e d’Anidride Carbonica
nel sangue arterioso sia a riposo sia durante attività fisica.
L’automatismo della respirazione è dovuto alle informazioni sui gas
ematici inviate ai centri che regolano il respiro dai recettori o “chemocettori”.
Tali informazioni dipendono dal tasso o meglio dalle pressioni
parziali dei gas ematici nel sangue arterioso: la PaO2 e
la PaCO2. La respirazione può essere modificata od
interrotta anche da altri meccanismi alcuni involontari come il
sospiro, lo sbadiglio, il riso, il singhiozzo, altri volontari. Il
controllo volontario diretto o riflesso della corteccia cerebrale
sui centri del respiro ci permette di parlare, cantare, soffiare,
fischiare, tossire, succhiare, fiutare, di trattenere il respiro per
un po’, oppure di respirare volontariamente in maniera più profonda
e con frequenza maggiore di quanto necessario al nostro organismo in
quel momento.
Grazie alla capacità di trattenere volontariamente il
respiro per un limitato periodo di tempo, l’uomo ha imparato ad
immergersi ed ha utilizzato quest’abilità dapprima per il proprio
sostentamento ed in seguito per attività ricreative o sportive.
La fisiologia umana non permette una prolungata permanenza in
immersione se non mediante l’uso d’apparati che consentono di
respirare sott’acqua. Sebbene la sua abilità a restare sott’acqua
sia molto limitata, l’uomo pratica l’immersione in apnea da secoli,
probabilmente fin dagli albori dell’umanità, come testimoniano
riscontri archeologici della pesca di ostriche da perla e di coralli
databili al 5000 a.C. La leggenda di Glauco narrata da Erodoto,
descrive questo eccezionale pescatore greco che sarebbe stato capace
di apnee di 10’ ed in grado di raggiungere -100 m in quanto si
nutriva di una particolare erba od alga magica. Tucidide riferisce
che gli Ateniesi si servirono di alcuni “incursori” subacquei
nell’attacco a Siracusa del 414 a.C. Alcune attività lavorative
svolte mediante l'immersione in apnea sono giunte fino ai nostri
giorni e riguardano varie attività di pesca e di raccolta,
generalmente in ambiente marino. Possiamo citare la raccolta delle
spugne nel mare Egeo e la pesca delle ostriche da perla nel Sud
Corea e nell’arcipelago di Tuamotu del Giappone. Questi straordinari
subacquei d’ambo i sessi sono capaci di eseguire fino a 120 apnee in
un giorno, con un tempo di permanenza in acqua di 3-4 ore, delle
quali almeno una in immersione.
Tali attività vanno oggi in gran parte scomparendo per
l’avvento dei respiratori, per la diminuzione delle risorse marine e
per lo sviluppo di nuove opportunità di lavoro meno rischiose e più
remunerative. Tuttavia, la progressiva diminuzione degli apneisti
professionisti nelle varie parti del globo, viene ampiamente
controbilanciata dall’immersione in apnea a fini ricreativi o
sportivi anche agonistici. Nuoto sincronizzato, pesca sportiva ed
immersioni ricreative sono così diffuse, da rendere ardua una stima
sul numero di praticanti nel mondo. Solo in Italia si stimano circa
500000 cultori in attività ogni anno. La ricerca dei record sportivi
di profondità ha creato una categoria di “atleti d’élite”, capaci di
prestazioni straordinarie, che hanno smentito con i fatti alcuni
presupposti teorici sui limiti di profondità raggiungibili
dall’uomo.
Animali Apneisti
Alcuni mammiferi apneisti ed alcuni uccelli “tuffatori”
fanno apparire ben misere persino le straordinarie prestazioni dei
più grandi campioni del genere umano. Questi animali omeotermi
endodermi con respirazione polmonare dispongono di meccanismi
adattativi particolarmente efficaci, che consentono loro di vivere
ed immergersi in acque molto fredde, nutrirsi con cibo freddo e
restare attivi per lunghi periodi di tempo. L’interesse scientifico
sulle doti degli animali sommozzatori risale ad oltre 100 anni fa.
Bert, nel 1870, ha aperto la strada agli studi successivi che hanno
comparato l’abilità degli animali “tuffatori” a resistere alla
mancanza di ossigeno, studiato il “riflesso d’immersione” e
“l’effetto di conservazione dell’ossigeno” durante le immersioni in
apnea. Negli ultimi 10 anni vi è stata un’esplosione di informazioni
soprattutto sulle capacità d’immersione e sulle caratteristiche
metaboliche dei pinguini, delle foche, dei leoni marini e di
alcune specie di cetacei. Kooyman riporta le seguenti “performance”
di animali sommozzatori: alcune foche raggiungono profondità vicine
a -1600 m, il Pinguino Imperatore (Aptenodytes Forsteri)
raggiunge quote vicine a -550 m. I tempi record d’immersione nel
Pinguino Imperatore e nell’Elefante Marino (Mirounga Leonina)
sono rispettivamente di 22’ di 120’. La Foca di Weddell (Leptonychotes
Weddellii) è capace d’immersioni della durata di 82’, ma di
solito, s’immerge per 10’-20’ quando caccia a profondità tra -50 e
-500 m. L’Elefante Marino per alimentarsi s'immerge per 20’-30’ ad
una profondità tra -200 e -800 m. Il Pinguino Imperatore infine,
caccia per un tempo variabile tra 2’ e 10’ ad una profondità tra -50
e -500 m. Le modalità d’immersione trovano certo una limite nella
fisiologia di ciascun animale ma sono altresì condizionate dalle
caratteristiche e dal comportamento delle rispettive “prede”.
Secondo Kooyman l’efficacia d’immersione degli animali marini è
basata sul duplice adattamento alla pressione ed all’ipossia.
L'adattamento è differente negli animali che eseguono immersioni
poco profonde o di superficie rispetto a quelli dediti alle
immersioni profonde. In questi ultimi animali l’adattamento consiste
in modificazioni anatomiche dell’apparato respiratorio e
nell’aumento delle scorte muscolari di O2. Vi sarebbero
almeno due tipi di animali che s’immergono in profondità: quelli che
utilizzano il metabolismo aerobico per la gran parte del tempo e
quelli che spesso superano questo limite ed utilizzano di frequente
il metabolismo anaerobio. Nella prima categoria si possono includere
la Foca di Weddell e l’Elefante Marino che utilizzano il metabolismo
aerobico per le loro immersioni di routine, grazie alle grandi
scorte di ossigeno ed al basso metabolismo in rapporto alla
dimensione corporea, e dipendono pochissimo dal metabolismo
anaerobio. Leoni Marini e Delfini basano le loro incursioni
subacquee sulla velocità quindi hanno un’elevata richiesta
metabolica ed un più veloce esaurimento muscolare; pertanto le
scorte ematiche di O2 non sono accresciute ai livelli
delle foche. La richiesta di O2 dovuta alla notevole
grandezza cervello nei Delfini costituisce uno svantaggio aggiuntivo
che limita la tolleranza all’apnea in questo gruppo. In ultimo i
Pinguini, che hanno piccoli cervelli e grandi muscoli locomotori,
sono dotati grandi scorte muscolari di O2 allo scopo di
mantenere una nuotata rapida, anche se spesso vanno oltre i limiti
di queste scorte. Per il loro elevato metabolismo in rapporto alla
massa corporea, essi frequentemente dipendono dal metabolismo
anaerobico muscolare quando le scorte di ossigeno si esauriscono.
L’uomo e l’apnea
Dal primo decennio del novecento l’interesse dei Ricercatori
si è orientato allo studio delle fasi dell’apnea, sia negli
adattamenti fisiologici che psicologici. A questi ultimi oggi è
attribuito un ruolo preminente quali fattori condizionanti la durata
dell’apnea. L’immersione in apnea comporta un insieme d’attività e
di situazioni, che rendono difficile l’analisi e l’interpretazione
dei meccanismi fisiologici in atto. Infatti distinguiamo varie
modalità d’immersione: l’immersione con la testa fuori oppure del
solo viso e l’immersione completa del corpo. Altri aspetti del
problema e situazioni possibili sono dati dall’effettuare apnee
periodiche, compiere manovre per compensare l’aumento della
pressione idrostatica, esporsi ad una temperatura ambientale
generalmente più bassa di quella corporea, eseguire esercizi fisici
anche in apnea, e sopportare notevoli variazioni della pressione
ambientale. Ogni fattore legato all'immersione in apnea induce,
importanti e specifici effetti fisiologici mentre, la combinazione
di fattori produce un’unica ed interessante risposta, comunemente
nota come riflesso d’immersione o “diving reflex”. Gli effetti d
ciascun fattore sono stati studiati separatamente in laboratorio,
riproducendo le situazioni in ambiente controllato. Lo studio del
“diving reflex” si è giovato dell'avvento di strumenti che rilevano
i dati nel corso dell’immersione.
L’apnea volontaria inizia col sospendere l’automatica
alternanza di inspirazione ed espirazione mediante inibizione
volontaria dei muscoli respiratori e termina, secondo la definizione
di Mithoefer, quando si produce “una netta risposta ventilatoria,
troppo forte perché si possa resistere più a lungo con uno sforzo
volontario”.
Fasi dell’apnea
Nel 1982 Lin ha descritto tre fasi dell’apnea:
1)
inibizione volontaria dei muscoli respiratori con pressione
intratoracica stabile, lievemente superiore a quella ambiente;
2)
involontaria attività dei muscoli inspiratori a glottide chiusa, con
cicliche diminuzioni della pressione intratoracica a valori
subatmosferici;
3)
apertura volontaria delle vie aeree.
Dopo un certo tempo dall’inizio dell’apnea, si avverte la
sensazione di dovere respirare associata a contrazioni
diaframmatiche e movimenti respiratori involontari. Questa fase è
chiamata “Onset Point” o punto di inizio o “Break Point
fisiologico”. A questo punto l’apnea può essere continuata con uno
sforzo di volontà mediante chiusura forzata della glottide. Il
“punto di rottura” o “Breaking point” interrompe la fase di apnea
giacché il soggetto respira. Sappiamo che il “break point
fisiologico” è dovuto all’aumento della PCO2 negli
alveoli polmonari (PACO2) in media a 50 Torr,
corrispondente ad una PCO2 arteriosa (PaCo2)
nei vasi cerebrali di 46-48 Torr.
Tale valore, in genere raggiunto dopo circa 30"-40”
d’immersione, determina la contrazione riflessa del diaframma,
muscolo preminente nell’inspirazione. Il periodo che va dall’inizio
all’Onset Point può essere prolungato se l’apnea è preceduta da un
periodo d’iperventilazione che aumentando l’eliminazione
dell’Anidride Carbonica riduce la PaCO2 e pospone il
raggiungimento del valore soglia che stimola il desiderio di
respirare. Il tempo tra l’Onset Point e Breaking Point è stato
definito da Dejours “fase di lotta”, per la concomitanza
dell’attività involontaria dei muscoli respiratori contrastata
dall’inibizione volontaria all’apertura della glottide. Il tentativo
di protrarre troppo a lungo questa fase può portare al “Black out
point” o punto d’oscuramento, cioè alla perdita di coscienza da
ipossia. Oggi si ritiene che i rigidi concetti di soglia chimica o
meccanica non siano adeguati all’interpretazione del
“Breaking-Point” mentre è stato riconosciuto che i fattori
psicologici sono i più importanti nel causare l’interruzione
dell’apnea. Infatti, la durata della “fase di lotta” è influenzata
dall’abilità del soggetto a resistere al disagio causato dall’ipossia,
dall’ipercapnia, dall’acidosi e dalle spiacevoli sensazioni
respiratorie.
Pertanto, vi è una notevole variabilità nella durata dell’apnea tra
soggetti diversi o nel singolo individuo.
Fattori limitanti l’attivita’ subacquea
I fattori limitanti l’attività subacquea in apnea sono
essenzialmente:
1)
il tempo di apnea
2)
la profondità d’immersione
3)
la comparsa d’ipotermia in determinate condizioni
Tempo di Apnea
Il tempo d’apnea dipende da alcuni fattori condizionali
quali: il consumo O2 (VO2), la Capacità Vitale
polmonare (C.V.), l’adattamento psicologico, il grado d’allenamento,
la composizione della miscela di gas respirata prima dell’apnea e
l’eventuale esecuzione dell’iperventilazione preliminare. L’uomo può
stare sott’acqua per brevi periodi di tempo. I subacquei
professionisti di Corea e Giappone compiono immersioni ripetute
(circa 120), ciascuna di 60” in una giornata di lavoro. In
laboratorio, dove è possibile studiare separatamente l’apnea,
l’immersione in acqua e l‘esercizio fisico, sono stati ottenuti
tempi d’apnea maggiori. La durata dell’apnea varia se nelle fasi
precedenti il soggetto ha respirato aria o miscele di gas a
differenti percentuali di ossigeno. In aria ambiente sono stati
rilevati tempi d’apnea di 4’- 4’:30. Il tempo d’apnea è inversamente
proporzionale al consumo di ossigeno. L’esercizio fisico, la
termoregolazione e gli stati di ansia aumentano il consumo di
ossigeno dell’organismo riducendo marcatamente la durata dell’apnea.
L’adattamento psicologico modifica il tempo di apnea in quanto
“Forza di volontà”, “paura”, “ansia” e “motivazione” influiscono
sul comportamento umano in base al prevalere dell’uno o dell’altro
fattore psicologico. Ad ogni modo è stato dimostrato che l'uomo può
allenarsi a controllare i fattori psicologici. L’allenamento
fisico specifico consente di migliorare il tempo d’apnea,
ottimizzando i movimenti in acqua con minore dispendio energetico e
maggiore efficienza, inoltre potenzia l’adattamento e la tolleranza
alle modificazioni metaboliche nell’esercizio in apnea. L’iperventilazione
preventiva aumenta la durata dell’apnea, in quanto l’ipocapnia
all’inizio dell’apnea necessita di più tempo per raggiungere il
valore soglia di PCO2 che genera l’impulso a respirare.
Profondità’ dell’immersione
La profondità raggiungibile è limitata dallo stesso tempo
d’apnea e dalle possibilità di compensazione. Il tempo d’apnea
condiziona non solo la profondità raggiungibile in rapporto allo
scopo dell’immersione, ma anche la distribuzione temporale tra le
varie fasi: discesa, permanenza sul fondo e risalita. Gli studi sui
subacquei professionisti di Giappone e Corea hanno evidenziato che,
alla profondità di -5 m veniva impiegato per il lavoro metà del
tempo totale, mentre a -10 m era impiegato per il lavoro solo un
quarto del tempo d’immersione.
Questi subacquei eseguivano nella giornata ripetute
immersioni a profondità minori di -10 m, raramente oltre i -20 m.
Gli uomini dell’isola di Tuamotu che si dedicano alla pesca di
perle s’immergono regolarmente a profondità maggiori di -30 metri.
Tra essi sono stati riscontrati casi di “malattia da decompressione”
con sviluppo di una sindrome neurologica denominata “Taravana”, che
porta ad una sorta di demenza. Paulev nel 1965 ha dimostrato il
possibile l’avvento della malattia da decompressione per immersioni
in apnea ripetitive quando il rapporto tempo/profondità ecceda
determinati limiti.
In base alla legge di Boyle-Mariotte (a temperatura costante
P x V = K), si riteneva che, una riduzione del volume
polmonare per l’aumento della pressione idrostatica a valori minori
del Volume Residuo (V.R.) potesse causare un’implosione toracica o
“lung squeeze”. La formula veniva utilizzata per calcolare la
massima profondità teorica raggiungibile dall’uomo: Profondità =
Pb x (C.P.T./V.R. -1) x 10. Secondo questo calcolo
si stabiliva in -40 m il limite massimo raggiungibile dall’uomo.
Già a -50, -60 m si ottiene una C.V. minore del V.R. In seguito,
gli atleti impegnati a migliorare il record mondiale d’immersione in
apnea smentirono questi calcoli teorici con i loro risultati.
Dobbiamo la soluzione del mistero ai numerosi studi che hanno
dimostrato un trasferimento di fluidi per redistribuzione della
massa ematica nel torace che compensa la riduzione del volume
polmonare. Nasceva così il concetto del “Blood-Shift”. Le
difficoltà nel compensare la pressione idrostatica nel corso
dell’immersione provocano un intenso dolore a carico dell’orecchio
medio e dei seni paranasali limitando fortemente la profondità
raggiungibile e sono causa lesioni della membrana timpanica. Vi
sono tre tecniche per la compensazione forzata: la deglutizione, la
manovra di Valsalva e la manovra di Marcante-Odaglia. Quest’ultima
è da preferire rispetto alle altre, si esegue a glottide chiusa con
un movimento del palato molle che aumenta la pressione nel faringe
ed apre le tube di Eustacchio. E’ vantaggiosa perché non modifica la
pressione intratoracica, può essere eseguita a bocca aperta e non
richiede un particolare dispendio energetico. La manovra di Valsalva
è poco vantaggiosa determinando notevoli aumenti della pressione
intratoracica, è limitata dal volume polmonare, richiede un
rilevante dispendio energetico impiegando consistenti masse
muscolari in uno sforzo quasi isometrico. Infine riduce il ritorno
venoso con possibile rischio di sincope e di alterazioni del ritmo
cardiaco.
Ipotermia
L’ipotermia arriva inevitabilmente nelle immersioni
prolungate, dipende dalla temperatura dell’acqua ma anche dal tempo
di permanenza in acqua, dalla termodispersione e dall’attività
fisica. La temperatura “termoneutrale”, alla quale non si ha perdita
di calore corporeo, è di 35° C quindi sensibilmente più elevata
della temperatura marina. Un interessante studio ha confrontato il
tempo d’apnea in aria o “a secco” con quello ottenuto in acqua
fredda (20°C), fresca (32°C) e termoneutrale (35°). Il tempo d’apnea
mostrò una riduzione del 54.9 % durante l’immersione in acqua
fredda, in acqua fresca non vi fu una variazione significativa,
mentre in acqua termoneutrale si rilevò un incremento del 25.6%. La
P.A.C.O2 al breaking-point non presentava differenze
significative con valori intorno a 52 mmHg. Analoga
correlazione tra tempo d’apnea e temperatura dell’acqua è stata
riportata da Hayward che l’attribuì all'aumento del VO2
ed all’intenso stimolo respiratorio riflesso dovuto al
raffreddamento della cute in acqua fredda. Uno studio sulle
“tuffatrici” Ama Coreane ha evidenziato una diminuzione della
temperatura orale a 35°C in 70’ nella stagione estiva con
temperatura dell’acqua di 27° C, mentre nell’inverno si osservò una
diminuzione a 33° C dopo 15’ di lavoro. I professionisti
interrompono spontaneamente l’immersione quando la temperatura
corporea raggiunge 35° C per riprenderla solo dopo
riscaldamento. La perdita di calore è tanto maggiore, quanto più
lunga la permanenza in acqua. L’ipotermia compromette il
funzionamento di tutti gli organi ed è noto il suo contributo
all’annegamento. Quando la temperatura corporea scende sotto i 35°
compaiono irregolarità del ritmo cardiaco, disturbi nell’ideazione,
alterazioni sensitive e motorie, perdita della coscienza ed
annegamento. L’isolamento termico è la sola protezione contro
l’ipotermia. Il flusso di calore è dato dal gradiente termico e
dalle proprietà dell’ambiente fluido. La conduttività per il calore
in acqua è 25 volte maggiore che in aria il che determina una rapida
perdita di calore secondo gradiente. Il tempo di permanenza in acqua
è notevolmente aumentato dopo l’introduzione delle mute subacquee.
In passato l’attività subacquea doveva essere interrotta dopo un’ora
in estate o molto prima d’inverno ma, attualmente, l’uso delle mute
permette immersioni di 2-3 ore senza limitazioni da ipotermia. E’
dimostrato che l’attività fisica in acqua diminuisce l’isolamento
termico cutaneo, soprattutto in soggetti magri senza adeguato
isolamento termico. L’esercizio fisico energico può abolire la
vasocostrizione cutanea, principale fattore d’isolamento termico
durante le immersioni a pelle nuda, permettendo e favorendo il
flusso di calore dalle parti centrali del corpo verso la
pelle. Nei soggetti magri che svolgono un’attività fisica in acqua a
bassa temperatura, senza indossare una muta di protezione, la
temperatura corporea raggiunge rapidamente il valore critico di 35°
che impedisce la prosecuzione dell’attività.
Fisiologia dell’Immersione
Ad oggi non vi è accordo in ambito scientifico sull’interpretazione
della risposta cardiocircolatoria nell’uomo durante l’immersione in
apnea data la complessità del problema ed il gran numero di
variabili e possibili condizioni. La riduzione della frequenza
cardiaca (F.C.) che accompagna l’apnea e l’immersione in apnea, è
stata considerata da alcuni una delle componenti del “diving reflex”
o riflesso di conservazione dell’ossigeno. Questo riflesso consiste
nella riduzione di F.C. e metabolismo, vasocostrizione periferica,
redistribuzione del flusso ematico e riduzione di scambi respiratori
ed è stato ben documentato nei mammiferi e negli uccelli acquatici.
Invece si dibatte ancora sull'esistenza nell’uomo di un vero e
proprio riflesso di conservazione dell’ossigeno. I ricercatori hanno
cercato di studiare gli effetti sugli apparati cardiovascolare e
respiratorio a riposo ed in corso d’esercizio fisico valutando la
risposta alle seguenti situazioni singole od associate:
1)
Apnea in aria o apnea a secco
2)
Immersione del solo viso
3)
Immersione del corpo con la testa fuori
4)
Immersione completa a varie profondità
Una bradicardia di varia entità è stata documentata durante
apnea in aria a riposo in posizione seduta, prona e supina. Alcuni
studi non hanno evidenziato diminuzioni significative della F.C.
mentre altri ricercatori hanno rilevato un incremento della F.C. in
apnea a terra ed a riposo. Questa risposta è stata equiparata a
quanto avviene durante la manovra di Valsalva, ove la riduzione
della pressione sanguigna aumenta la F.C. mediante un riflesso
generato dai recettori di pressione (barorecettori) delle grosse
arterie. A riposo, durante immersione in acqua, soprattutto durante
l’immersione del solo viso, è stata evidenziata una bradicardia più
accentuata che nell’apnea a riposo in aria. Bagnare il viso
costituisce un fattore che accentua la bradicardia rispetto alla
semplice apnea in aria e quest’effetto è maggiore se l’acqua è
fredda. L’interruzione dell’immersione del viso proseguendo l’apnea
in aria si associa ad aumento della F.C. E’ stata rilevata una
bradicardia estrema durante apnea con immersione del viso in acqua
fredda a 23°-25° C ed a 0°-2°C con F.C. inferiore a 15 battiti al
minuto e pause di oltre 10”. L’entità della bradicardia dipende
dalla temperatura, e la F.C. minima è stata ottenuta immergendo il
viso in acqua con ghiaccio. La risposta bradicardizzante osservata
dopo l’immersione in acqua a varie temperature portò a concludere
che la bradicardia durante apnea in aria e quella rilevata con
l’immersione del viso siano dovute a due componenti indipendenti:
una è la bradicardia come risposta alla sola apnea, l’altra, dovuta
all'immersione del viso, è la bradicardia da freddo che varia in
grandezza al variare della temperatura dell’acqua.
L’immersione del corpo a testa fuori o fino al collo,
precede l’immersione completa ed i subacquei trascorrono la maggior
parte del tempo galleggiando in superficie. L’immersione fino al
collo genera il “blood-shift” verso le zone alte del corpo con
aumento del volume ematico nella regione toracica ed incremento
della pressione venosa centrale. Diverse stime indicano che il
volume ematico centrale aumenta da 300 a 700 ml. La F.C. varia poco
in acqua termoneutrale, ma si riduce durante immersione in acqua
fredda. Altri fattori possono esplicare effetti opposti nei
confronti della F.C. come l’incrementata richiesta energetica
causata dalla termoregolazione e dall’esercizio fisico per il
galleggiamento ed il nuoto ed il riflesso di Bainbridge dovuto
all’aumento del volume ematico centrale. Per questi motivi il valore
di F.C. prevista è più elevato in mare aperto che a riposo in aria.
L’aumento della massa ematica nelle cavità cardiache e nei
vasi polmonari e lo spostamento craniale del diaframma riducono il
volume aereo polmonare, alterano la meccanica respiratoria riducendo
la “compliance” polmonare, mentre la compressione delle piccole vie
aeree aumenta le resistenze respiratorie al flusso e
“l’intrappolamento” dell’aria. L’immersione fino al collo riduce la
C.V. del 5-10 %, per diminuzione del volume di riserva espiratorio
mentre il lavoro respiratorio aumenta del 65% rispetto al valore a
riposo in aria. Gli scambi dei gas respiratori non sono modificati.
La distensione atriale dovuta al maggiore volume ematico toracico
aumenta la produzione del Fattore Natriuretico Atriale con
incremento della diuresi e riduzione del volume plasmatico. La
disidratazione può diventare un problema nelle immersioni prolungate
anche in acqua a temperatura termoneutrale. In corso d’esercizio
fisico la bradicardia osservata in corso d’apnea in aria si accentua
con l’immersione del corpo a testa fuori ma ancor più dopo
immersione del viso. L’immersione del viso riduce la F.C. alla metà
o meno rispetto al nuoto a testa fuori in steady state allo stesso
valore di consumo d'ossigeno. La combinazione delle situazioni e dei
fattori esaminati produce nell’uomo quella risposta definita “diving
reflex” in tutto analoga a quella dei mammiferi acquatici ma più
lenta e meno efficiente. L’adattamento cardiocircolatorio evidenzia
la comparsa di bradicardia dopo immersione del corpo in acqua
accentuata ulteriormente dall’immersione del viso, dall’apnea e
dalla bassa temperatura dell’acqua. Risposta che inizia nei primi
secondi dell’apnea, ma che può anticiparne l’inizio (bradicardia
anticipatoria) e persiste durante l’esercizio fisico. L’aumento del
tono vagale è responsabile della bradicardia in immersione. La
portata cardiaca non si modifica in maniera significative durante
apnea ed immersione del viso. L’uomo differisce da uccelli e
mammiferi sommozzatori nel fatto che la pressione arteriosa aumenta
in rapporto alla durata dell’apnea. L’ipertensione iniziale indica
che è avvenuta una vasocostrizione nella gran parte del letto
vascolare, dal momento che la portata cardiaca non aumenta o varia
di poco. La vasocostrizione a livello cutaneo è stata documentata da
numerosi studi che hanno rilevato una riduzione del flusso ematico
del 7-50% a livello dell’avambraccio rispetto ai valori rilevati
prima dell’apnea e determina un aumento delle resistenze periferiche
in media tra il 26 % ed il 33 %. Durante esercizio ed immersione del
viso in acqua fredda è stato rilevato con tecnica invasiva un
notevole incremento (200 %) delle resistenze periferiche.
Misurando lo scambio dei gas respiratori durante apnea in
laboratorio a pressione costante, si è rilevato che la profonda
inspirazione che precede l’apnea ottiene l’aumento della PO2
e la diminuzione della PCO2 alveolari (PAO2 e
PACO2 rispettivamente). La velocità di trasferimento
dell’ossigeno dal polmone al sangue è lineare nei primi 2’
dall’inizio dell’apnea, in seguito diminuisce ma continua, anche se
la riduzione progressiva della PAO2 non assicura la
completa saturazione del sangue arterioso. La CO2 è
inizialmente trasferita rapidamente dal sangue agli alveoli poiché
la PACO2 è bassa ed aumenta rapidamente fino ad
eguagliare la PCO2 ematica. La PACO2 può
continuare ad aumentare, fino a superare il valore della PCO2
ematica, e questo, per l’effetto di concentrazione dovuto alla
riduzione del volume polmonare ed al continuo passaggio di O2
dal polmone al sangue. Ne consegue la diminuzione del movimento
della CO2 dal sangue al polmone, eventualmente
l’interruzione o persino l’inizio d’un trasferimento della CO2
in direzione opposta. Nell’immersione la PAO2 aumenta
continuamente per la compressione polmonare, rimane elevata nella
discesa ed il trasferimento di O2 dal polmone al sangue
procede con normale velocità. Per la stessa ragione, la CO2
è facilmente trasferita in direzione opposta a quella del normale
scambio del gas fino ad una buona parte della fase di risalita. Il
trasferimento di O2 e la ritenzione di CO2 nel
sangue che si verificano nelle fasi di discesa e permanenza sul
fondo portano a bassi valori di PACO2 e PAO2
alla fine dell’immersione quando il polmone si espande in fase di
risalita. Questo risultato paradossale, è stato osservato “sul
campo”, in camera iperbarica e durante il training addestrativo al
salvataggio sottomarino degli operatori della U.S. Navy. Questo
spiega perché la maggior parte degli incidenti avvengono durante la
fase di risalita come conseguenza dell’ipossia.
Incidenti in Immersione
I subacquei apneisti possono incorrere in un gran numero di
incidenti che riconoscono numerosi fattori predisponenti o
facilitanti quali: difetti o malattie congenite cardiovascolari,
malattie metaboliche, del sistema nervoso centrale, dell’apparato
respiratorio o di pertinenza otorinolaringoiatrica e tanti altri. In
aggiunta i fattori ambientali e comportamentali, determinate
situazioni e circostanze particolari, il grado d’addestramento
psicofisico ed altri fattori da soli od in associazione, possono
essere all’origine di incidenti anche gravi. Citiamo a titolo
d’esempio alcuni degli eventi più frequentemente riportati e di
maggiore gravità: i barotraumi, le emiplegie transitorie, gli
episodi sincopali e l’annegamento.
Nel 1976 Craig pubblicò un lavoro nel quale analizzava 58
casi di sincope durante nuoto in apnea. La maggior parte degli
incidenti si era verificata in soggetti di sesso maschile di 16-20
anni, tutti con perfetta dominanza del nuoto in apnea. I soggetti si
erano impegnati a competere con altri nel tentativo di percorrere il
tratto più lungo in apnea in piscina, oppure in test di resistenza
sott’acqua e tutti gli interpellati avevano effettuato un’iperventilazione
prima dell’apnea. L’incidente si era verificato per l’80% dei casi
in piscina con servizio di vigilanza. Fra i 34 sopravvissuti, la
maggior parte ricordava un impulso pressante a riprendere il
respiro, ma alcuni non ricordavano alcuna sintomatologia
premonitrice della perdita di coscienza. Altri non ricordavano
alcuna sintomatologia particolare in prossimità del breaking point.
Dei 23 soggetti annegati, la maggior parte cercava di stabilire un
record di resistenza ed in tutti i casi d’allenamento era stata
eseguita l’iperventilazione prima dell’apnea. Al fine di prevedere
la durata dell’apnea che porta a morte in base ad un valore critico
di PO2 alveolare mediante la tecnica del “rebreathing”,
Craig calcolò che se la PAO2 diminuisse da 109 a 44 mmHg
in un minuto con un consumo di ossigeno di 300 ml/min (come a
riposo), la morte averrebbe dopo 8’ d’apnea; con un consumo di
ossigeno di 1 L/min (compatibile con il nuoto subacqueo ad intensità
lieve-moderata), si avrebbe una velocità di caduta iniziale della
PAO2 più elevata ed il valore critico e con esso la
morte, sopraggiungerebbe dopo 4’; per valori di consumo di ossigeno
superiori a 1L/min si otterrebbe un'ulteriore accorciamento di tale
tempo.
Il problema della sincope in acqua è molto complesso ma
tenere a mente alcuni concetti può essere utile alla prevenzione di
eventi potenzialmente letali. Si è accennato agli effetti dell’iperventilazione
spinta eseguita prima l’apnea. Tali effetti possono essere
esaltati dal “pattern” d’immersione determinato dalla profondità
raggiunta, dal tempo d’apnea e dalla velocità di risalita.
Odaglia, ha esaminato le variazioni dei gas ematici dopo
iperventilazione, nella successiva apnea e gli effetti aggiuntivi
dovuti alla profondità d’immersione. Dopo iperventilazione spinta in
aria, la PCO2 diminuisce da 40 a 15 mmHg, mentre la PO2
aumentare da 100 a 125 mmHg con una saturazione arteriosa prossima
al 100%. Durante la discesa la PO2 cresce per l’aumento
della pressione esterna, mentre la PACO2 aumenta
debolmente fino a circa -8 m, ma a profondità maggiori si ha una
inversione del gradiente capillare/alveolare e passaggio di gas
dall’alveolo al sangue. A -30 m circa metà della CO2
contenuta nei polmoni all’inizio dell’immersione, è passata nel
sangue, ma gli stimoli a riprendere il respiro dovuti alla CO2
non compaiono ancora perché pressione parziale del gas, pur
aumentando gradualmente, rimane bassa. L’ossigeno viene utilizzato
per le esigenze metaboliche e diminuisce globalmente ma la PO2
rimane alta nella discesa e sul fondo assicurando un’elevata
saturazione dell’emoglobina. Sul fondo, nonostante l’aumento totale
della CO2 e la diminuzione del O2, la
saturazione dell’emoglobina è normale, la PCO2 è bassa e
la PO2 elevata, dunque mancano entrambi gli stimoli,
ipercapnico ed ipossico, ad interrompere l’apnea. In risalita,
diminuendo la pressione alveolare, s’inverte nuovamente il
gradiente alveolo-capillare e la CO2 riprende a passare
nel polmone. Ma questo passaggio avviene con lentezza ed in maniera
proporzionale al tempo di risalita, pertanto la PACO2
sarà maggiore se la risalita è lenta. Nella risalita veloce la PACO2
sarà molto bassa o addirittura più bassa del valore precedente
l’immersione. La PO2 nella risalita decresce velocemente per il solo
effetto della variazione pressoria dimezzandosi nel risalire da -10
m e riducendosi ad 1/3 nella risalita da -20 m. A ciò si aggiunge
la riduzione dovuta al consumo di O2 in fase di risalita
che può portare a valori finali di PaO2 di 30-40 mmHg in
corso di risalita lenta e 25-30 mmHg in corso di risalita rapida
Alla luce di questi dati sperimentali Odaglia suggerisce alcune
norme di sicurezza:
1)
nelle immersioni a piccola profondità l’intensa iperventilazione è
pericolosa poiché annulla o riduce gli stimoli ipercapnici nella
successiva apnea facilitando la sincope anossica
2)
nelle immersioni profonde il pericolo è maggiore perché
l’attenuazione degli stimoli ipercapnici può sommarsi ad una brusca
caduta della PO2 arteriosa in fase di risalita
3)
una iperventilazione limitata per ampiezza e durata non pone
problemi di sicurezza
4)
una iperventilazione intensa rende più agevole e sicura l’immersione
di breve durata, ma espone a gravi pericoli se l’immersione viene
protratta
5)
la regolazione della durata dell’apnea può trovare nelle contrazioni
diaframmatiche limitazione utile nei soggetti che le avvertono
distintamente
6)
i soggetti che non avvertono o non hanno contrazioni diaframmatiche
dovranno imparare a valutare esattamente su se stessi i fenomeni che
possono indicare l’eccessivo protrarsi dell’apnea per risalire in
tempo
7)
nelle immersioni “a rischio” è da ritenere indispensabile
l’immersione di coppia.
Lo studio della fisiologia dell’immersione ha evidenziato la
complessità della materia e le difficoltà che i Ricercatori devono
affrontare. Nonostante ciò, sono stati fatti grandi progressi nella
conoscenze fisiologiche sia negli animali che nell’uomo. Le attuali
conoscenze sembrano confermare anche nell’uomo adattamenti che
migliorano notevolmente la performance nelle immersioni in apnea.
Questi adattamenti sono analoghi ad alcuni meccanismi utilizzati da
altri mammiferi acquatici ma si attivano con minore prontezza ed
efficienza. E’ possibile migliorare l’adattamento all’immersione con
un addestramento fisico e psicologico adeguato. Persiste il rischio
della sovrastima delle proprie capacità che talvolta è causa di
gravi incidenti anche per atleti esperti. Un’appropriataiii
valutazione clinico-funzionale del medico sportivo o del medico
iperbarico consente di diagnosticare le alterazioni che
costituiscono controindicazioni assolute o relative all’immersione.
E’ opportuno che i Medici e gli Istruttori suggeriscano ai
principianti le norme di prudenza, l’utilizzazione di materiale
adeguato soprattutto per l’isolamento termico e li informino sui
rischi legati alla pratica dell’iperventilazione spinta, insegnando
un corretto utilizzo di tale metodica per rendere più sicure le
immersioni.
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