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LA RIABILITAZIONE
EQUESTRE di
Manolo Cattari
La riabilitazione
equestre ha due radici fondamentali: quella sportiva legata agli
sport equestri, che ne costituisce il presupposto tecnico e quella
riabilitativa che costituisce la finalità primaria dell’intervento.
Entrambi i versanti hanno le proprie figure professionali, propri
principi teorici e pratici e strumenti di verifica ben
differenziati.
La prima
utilizzazione del cavallo a scopo terapeutico viene attribuita ad
Ippocrate di Coo che tra il quinto e quarto secolo avanti Cristo
utilizzava il rapporto che si instaura fra il cavallo ed il
paziente per migliorare la autonomia psico-motoria del soggetto ed,
in particolare, per la cura dell’insonnia.
In tempi moderni lo
studio di questa particolare metodologia viene riproposta in termini
scientifici negli anni sessanta ed attuata soprattutto nei paesi a
più alta tradizione equestre, come Gran Bretagna, Belgio, Germania,
Stati Uniti, Nuova Zelanda. In Italia si è diffusa negli anni
settanta ed oggi esistono diverse realtà operative con notevole
impegno anche sotto il profilo metodologico e scientifico.
Nel 1982 ad Amburgo
in occasione del 4th International Therapeutic Riding Congress
furono definite tre diverse fasi o metodologie d’intervento
terapeutico all’interno della riabilitazione:
q
Prima fase:
ippoterapia,
consiste nel porre in contatto il paziente con il “mondo” del
cavallo, il suo habitat (scuderia, paddock e maneggio), le persone
che normalmente se ne occupano (groom ed istruttore) e prevede una
prima parte del lavoro a terra e successivamente a cavallo. In
questa prima fase il cavaliere non è autonomo, inizia a prendere
contatto con gli elementi di base dell’equitazione accompagnato da
un terapista ed eventualmente da un istruttore che mantengono il
controllo del cavallo e dell’andatura (quasi esclusivamente al
passo) attraverso una longhina. L’obiettivo è dunque imparare gli
elementi base dell’equitazione senza ancora guidarlo attivamente.
q
Seconda fase:
rieducazione equestre e volteggio,
qui il soggetto ha un intervento attivo sul cavallo e, sempre sotto
il controllo del terapista, inizia a progredire verso gli obiettivi
tecnico-riabilitativi specificamente previsti per il suo programma,
che possono essere quelli di eseguire semplici figure di maneggio,
seguire una ripresa con altri cavalli ed acquisire un certo grado di
autonomia e controllo sull’animale. In questa fase risulta dunque
fondamentale la programmazione individualizzata del lavoro,
attraverso l’individuazione di obiettivi e meta-obiettivi
raggiungibili.
q
Terza fase:
equitazione sportiva per disabili,
il soggetto che raggiunge questa fase ha già conquistato un notevole
grado di autonomia a cavallo tanto da riuscire a svolgere una
normale attività sia di scuderia che preagonistica e agonistica
insieme agli altri allievi cavalieri, normodotati o meno. In questa
terza fase risulta fondamentale l’educazione alla competizione con
tutte le variabili psico-educative che questo momento comporta.
Ciascuna fase, in
rapporto alle condizioni cliniche del singolo paziente, può
rappresentare una tappa di un percorso riabilitativo oppure
un’esperienza riabilitativa completa e clinicamente a sé stante.
La riabilitazione
equestre non va considerata come una tecnica terapeutica alternativa
a quelle tradizionali, ma come una metodica definita, programmata ed
inserita all’interno di un più ampio progetto riabilitativo
personalizzato.
Il programma
riabilitativo deve essere preparato, monitorizzato e periodicamente
verificato in rapporto agli obiettivi prefissati, con un approccio
multidisciplinare che prevede figure specialistiche eterogenee con
esperienza e competenze nel campo della riabilitazione e in quello
dell’equitazione (terapisti della riabilitazione, istruttori di
equitazione, psicologi, medici specializzati, operatori
socio-sanitari, volontari specificatamente preparati, ecc.). La
figura dello psicologo diventa fondamentale nel coinvolgere la
famiglia del disabile, in modo da focalizzare l’intervento sulle
variabili sistemico-relazionali che la caratterizzano. Per ottenere
dei risultati significativi è sempre necessario il coinvolgimento
attivo e la partecipazione della famiglia.
Un altro compito fondamentale dell’equipe degli operatori è la
valutazione del tipo di cavallo da utilizzare, che dovrebbe tener
conto delle caratteristiche del cavallo adatte al tipo di lavoro che
si intende programmare, in particolare bisogna valutare i requisiti
attitudinali e morfologici dell’animale. In generale, i cavalli
devono seguire un’adeguata preparazione iniziale ad un certo tipo di
lavoro e un continuo addestramento successivo.
Il lavoro di
riabilitazione equestre non si riassume nell’attività del cavalcare,
ma interviene su una moltitudine di variabili che aiutano il
disabile nel difficile cammino verso la rieducazione e l’autonomia.
In particolare gli aspetti cruciali sono:
q
il
rapporto uomo-animale:
affettivo ed
emozionale, in grado di arrecare non solo benefici emotivi e
psicologici, ma anche fisici, quali l’abbassamento della pressione
sanguigna e rallentamento del battito cardiaco;
q
la
comunicazione uomo-animale:
che si basa su una forma di linguaggio molto semplice, cadenzata,
con ripetizioni frequenti, tono crescente e interrogativo, che
produce un effetto rassicurante sia in chi parla sia in chi ascolta;
q
la
stimolazione mentale:
che si verifica grazie alla comunicazione con l’altro, alla
rievocazione di ricordi, all’intrattenimento, al gioco, riducendo
così il senso di alienazione e isolamento;
q
il
tatto: il
contatto corporeo, il piacere tattile permettono la formazione di un
confine psicologico della propria identità, del proprio Sé e della
propria esistenza;
q
l’elemento ludico:
il gioco e il divertimento portano benefici psicosomatici. Le
persone, tramite esso, possono liberare le loro energie e ricavare
sensazioni di benessere e di calma;
q
la
facilitazione sociale:
la riabilitazione equestre è uno sport individuale che però da
spazio ad un lavoro di gruppo, come ad esempio nella formazione di
vere e proprie squadre agonistiche che gareggiano tra loro;
q
la
responsabilità:
proporzionale alla propria età e alle proprie possibilità, nella
cura del cavallo;
q
l’attaccamento:
il legame che si viene a creare tra il disabile e il cavallo può,
almeno in parte, compensare la mancanza eventuale di quello
interumano, e, comunque, favorire lo sviluppo di legami di
attaccamento basati sulla fiducia, che potranno, in seguito, essere
anche trasferiti ad altri individui;
q
l’empatia:
la capacità di identificarsi con i vissuti del cavallo, nel tempo,
viene trasferita anche alle relazioni con gli altri esseri umani;
q
l’antropomorfismo:
l’attribuzione di alcune caratteristiche umane sul cavallo, può
rappresentare un valido meccanismo per superare un eventuale
egocentrismo e focalizzare la propria attenzione sul mondo esterno;
q
il
senso di comunione con la natura.
In conclusione la
forza della riabilitazione a cavallo è da ricercarsi in due aspetti
fondamentali. Il primo è costituito dalla multidisciplinarità
dell’approccio terapeutico. L’integrazione del lavoro di psicologi,
medici, terapisti della riabilitazione, istruttori di equitazione,
operatori socio-sanitari, groom e famiglie che mettono a
disposizione e a confronto le loro diverse esperienze e competenze
arriva a costituire per il paziente un ambiente in cui il momento
riabilitativo non sia più un fattore di esclusione e diversità
sociale, ma piuttosto diventi un cammino piacevole e pieno di
soddisfazioni verso il raggiungimento di un’autonomia psichica e
fisica stabile e duratura.
Il secondo aspetto è
legato alle caratteristiche del cavallo, animale nobile e generoso
per eccellenza, che è in grado di supportare i pazienti nel loro
cammino e di aiutarli a ritrovare stimoli ed impegno nuovi e forti.
Diventa per il paziente un mezzo di metacomunicazione vivo tra sé e
il terapista, in grado di dare rassicurarlo e motivarlo. Attraverso
il suo movimento aiuta il disabile a correggere schemi posturali
patologici e a determinare sul paziente una molteplicità di stimoli
afferenti sensoriali e sensitivi, migliorando l’approccio con il
mondo esterno.
Per chi volesse
approfondire questa tematica consiglio di consultare l’ottimo testo:
Papini
M. - A. Pasquinelli,
Principi pratici di riabilitazione equestre,UTET Periodici Ed,
Milano, 1996.
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