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LA VALUTAZIONE
METABOLIMETRICA
NEL DISABILE IN
CARROZZINA di Marcello Caria
L’energia è alla base di tutti i fenomeni
biologici.
La nascita, lo sviluppo, la morte di un organismo
biologico sia che vengano considerati a livello di singolo elemento
cellulare che di organismo in toto sono eventi possibili in termini
energetici grazie agli scambi di energia che l’organismo ha con
l’ambiente esterno ed alle trasformazioni che questa energia subisce
all’interno dell’organismo. Queste trasformazioni costituiscono il
cosiddetto Metabolismo Energetico, ed in particolare si distinguono:
1 Metabolismo di Base
che corrisponde al dispendio energetico minimo dell’organismo per il
mantenimento delle funzioni vitali al minimo appunto dell’efficienza
ma pur tuttavia compatibili con la sopravvivenza dell’individuo ed
un
2 Metabolismo di Attività
che corrisponde alla quota di energia spesa in eccesso rispetto alle
necessità di base, quota che dipende in buona sostanza dalla
quantità di lavoro muscolare eseguito.
Le sole fonti energetiche che supportano
questi processi metabolici dell’organismo sono rappresentate dagli
alimenti che introduciamo con la dieta ed in particolare da quella
categoria di alimenti che sono definiti calorigeni, ovvero i
GLICIDI
o zuccheri, i LIPIDI o grassi e, sia pur in minor misura,
i PROTIDI
o proteine. Questi composti subiscono una serie di trasformazioni
energetiche per cui l’energia chimica POTENZIALE insita nei legami
chimici intramolecolari viene trasformata, in sintonia con il I
principio della termodimanica, in energia ATTUALE di diverso tipo ma
principalmente termica e meccanica.
Sotto questo profilo il funzionamento del
nostro organismo è assimilabile, entro certi limiti, a quanto accade
in un comune motore a scoppio di un automobile dove, l’energia
chimica contenuta in potenza nel combustibile (benzina) viene
trasformata, previa miscelazione con l’ O2 dell’aria nel
carburatore, e combustione nella camera di scoppio, in energia
attuale anche in questo caso di tipo meccanico e termico.
Analogamente nella “macchina uomo” gli alimenti calorigeni, dopo una
serie di traformazioni, subiscono a livello di organuli
intracellulari (mitocondri) che costituiscono la “camera di scoppio”
o le “centrali energetiche” della cellula, una combustione in
presenza di O2 con liberazione di energia che in parte
viene dissipate in calore ed in parte immagazzinata in molecole ad
alto tenore energetico quali l’acido adenosintrifosforico (ATP) e la
fosfocreatina (CP). Queste molecole possono essere utilizzate
immediatamente per supportare le molteplici richieste energetiche
delle cellule, tra le quali anche la contrazione muscolare, od
accumulate in minima parte, per essere utilizzate in un secondo
tempo, in relazione questo alle esigenze funzionali dell’organismo.
Tuttavia i GLICIDI, possono essere anche utilizzati a scopo
energetico in assenza di ossigeno ovvero in modo ANAEROBICO (senza
aria). Questa modalità di utilizzazione di tale substrato è meno
efficiente sotto il profilo rendimento energetico ma tuttavia molto
utile in determinate circostanze, ed in particolare quando l’energia
richiesta dal muscolo per supportare la contrazione debba essere
erogata entro un breve intervallo di tempo. In termini più
scientifici si direbbe che questo sistema energetico, definito anche
del LATTATO perché l’acido lattico è il prodotto di accumulo, è
dotato di una elevata POTENZA ed una bassa CAPACITA’, ovvero è
capace di erogare in termini assoluti una modesta quantità di
energia ma è capace di erogarla in un breve intervallo temporale.
Tenendo quindi conto dei sistemi energetici disponibili per
supportare la contrazione muscolare, distinguiamo un sistema di
prontissimo impiego costituito dalle riserve intramuscolari
precostituite di ATP e CP peraltro molto modeste. Questo sistema
caratterizzato dalla più elevata POTENZA energetica ma dalla più
bassa CAPACITA’, la sua azione si esaurisce entro una manciata di
secondi. Quindi abbiamo il sistema del LATTATO, che abbiamo già
definito ed infine il sistema OSSIDATIVO che utilizza appunto l’O2
ed è caratterizzato da una elevata CAPACITA’ ma da una bassa
POTENZA.
I primi due sistemi energetici (sistema
ATP-CP e LATTATO) poichè non utilizzano l’O2 vengono
anche definiti ANAEROBICI, e l’ultimo, ovvero quello ossidativo che
usa l’O2, per ossidare i substrati, AEROBICO.
Una classificazione delle attività
sportive che si rifà appunto al tipo di impegno energetico richiesto
dal muscolo in contrazione distingue le attività sportive in: sports
di tipo ANAEROBICO o di POTENZA, sono tipicamente attività che si
esauriscono in una manciata di secondi (da meno di 10 a circa 40) ed
usano elettivamente i sistemi dell’ATP-CP e del LATTATO per
sostenere la contrazione. Quindi abbiamo gli sports AEROBICI o di
RESISTENZA che usano elettivamente il sistema OSSIDATIVO,
ed infine
vi sono le attività di tipo MISTO che includono tutti gli sports di
squadra ed anche qualche sport individuale nei quali l’impegno di
tipo aerobico si alterna con quello di tipo anaerobico.
Questa classificazione vale naturalmente
anche nell’ambito degli sports praticati dai disabili. Nel caso del
disabile in carrozzina in particolare, una gara di 100 m, della
durata di 14-20 secondi, corrisponde ad una attività di tipo
ANAEROBICO, una gara sulla distanza dei 200 o 400 m corrisponde
ancora ad una gara ad impegno ANAEROBICO ma con prevalente impegno
del sistema del LATTATO, ed infine i 5000 m corrispondono ad una
gara che impegna elettivamente il sistema ossidativo e quindi
corrisponde ad un impegno fisico di tipo AEROBICO. Uno sport di
quadra quale il basket in carrozzina costituisce invece una attività
ad impegno MISTO. Benché valida in linea di principio questa
classificazione non deve essere considerata in modo troppo rigido
infatti una prestazione tipicamente aerobica può essere
caratterizzata da momenti in cui anche il sistema anaerobico Lattacido può essere coinvolto.
E’ chiaro che la capacità di svolgere
lavoro muscolare, e quindi uno dei principali fattori che
condizionano la qualità della performance, dipende dalla efficienza
di questi sistemi.
La domanda che viene spontanea e allora la
seguente: esistono nel disabile paraplegico delle limitazioni
funzionali di tali sistemi?
E con quali metodiche di indagine
possiamo eventualmente verificarne l’efficienza?
La risposta alla
prima domanda è che nel disabile paraplegico esistono delle
limitazioni della efficienza di diversi sistemi ma principalmente
del sistema cardiocircolatorio, neuromuscolare e talvolta
respiratorio.
Poichè l’efficienza dei primi due apparati condiziona
significativamente la capacità di trasporto ed utilizzazione dell’O2
anche la capacità di eseguire lavoro aerobico può risultarne
compromessa, ciò che condiziona a sua volta l’efficacia di una
performance di tipo aerobico.
Possiamo immaginare che gli apparati
respiratorio, circolatorio e muscolare funzionino come tre ruote di
ingranaggi disposti in serie e pertanto strettamente
interdipendenti.
E chiaro allora che con l’aumento delle richieste
energetiche da parte dei muscoli, ingranaggio terminale sede di
produzione ed utilizzazione di energia, anche gli apparati
cardiocircolatorio (ingranaggio intermedio) e respiratorio
(ingranaggio iniziale) sede rispettivamente di trasporto e
captazione dell’O2, dovranno incrementare la loro
funzione, dovranno cioè “girare” ad una maggiore velocità.
Alcuni
dei fattori che disabile paraplegico possono limitare la funzione
cardiocircolatoria, nel caso di lesioni alte (sopra T6,
sesta vertebra toracica) sono legate ai seguenti fattori: un deficit
del controllo nervoso cardiaco, una diminuzione del ritorno del
sangue al cuore dai distretti periferici per deficit della pompa
muscolare e del tono venoso ed in qualche caso ad una riduzione
della ventilazione polmonare, la quale peraltro contribuisce al
ritorno venoso del sangue al cuore (pompa respiratoria). Tutto ciò
condiziona una diminuzione della gettata cardiaca e quindi della
quantità di O2 che può essere trasportato ai muscoli.
Come possiamo fare allora a valutare
l’efficienza di questi sistemi?
L’analisi metabolimetrica ci
consente di monitorizzare sia l’efficienza del sistema aerobico che
di quello anaerobico. Si tratta di far eseguire all’atleta una prova
in condizioni controllate e ripetibili utilizzando uno strumento
(metabolimetro) che connesso ad un computer in via diretta o telemetrica effettua l’analisi dei gas inspirati ed espirati
dall’atleta nel corso di un test da sforzo eseguito con l’ausilio di
uno strumento (ergometro) che ci consente di monitorizzare la
potenza espressa dall’atleta nel corso della prova.
Tra gli ergometri, utilizzabili in
laboratorio, alcuni sono specificatamente progettati per test
ergometrici da effettuarsi nel disabile paraplegico.
E’ opportuno
sottolineare che un test da sforzo ha naturalmente una valenza non
solo di tipo medico sportivo ma è anche un test di fondamentale
importanza nella valutazione funzionale di pazienti cardiopatici o
con patologie respiratorie.
Tra i parametri monitorizzabili con un
test di questo tipo vi sono: la frequenza cardiaca, il consumo di O2,
la produzione di CO2, il quoziente respiratorio (più
esattamente il Gas Exchange Ratio o R, rapporto tra CO2
espirato e O2 consumato), il dispendio energetico ed
ancora la quantità di substrati energetici utilizzati.
Ma questi
sono solo alcuni dei parametri che è possibile monitorizzare.
In
particolare, indice di fitness del sistema aerobico è il cosiddetto
consumo massimo di O2 (VO2 max) o nel caso del
disabile paraplegico VO2 di picco (VO2 peak),
mentre per quanto riguarda il sistema anaerobico possiamo monitorizzare il comportamento del Quoziente Respiratorio (VCO2/VO2)
o della soglia ventilatoria (VE/ VCO2) o
ancora determinare direttamente il lattato ematico (acido lattico
nel sangue).
Come accennato entrambi questi sistemi, ma
soprattutto quello aerobico, possono essere variamente deficitari
nel disabile paraplegico ma è opportuno sottolineare che gli effetti
dell’allenamento possono significativamente limitare l’entità di
questi deficits, inoltre nei disabili che praticano regolarmente
un’attività fisica il livello spinale della lesione non influenza in
modo significativo l’efficienza del sistema e quindi la performance.
Benché siano oggi disponibili, grazie a
studi effettuati nel corso di queste ultime decadi, una discreta
mole di informazioni relativamente alla valutazione funzionale del
disabile paraplegico, tuttavia i dati disponibili soffrono della
seguente serie di limitazioni:
1) i numeri assoluti dei paraplegici
esaminati, nelle singole ricerche, sono spesso modesti,
2) non
tengono spesso conto della classe di appartenenza dell’atleta
secondo la classificazione ISMGF (International Stoke Mandeville
Game Federation),
3) gli studi relativi al sesso femminile sono
scarsi..
Oggi gli atleti disabili, anche ai vertici, raramente sono
assistiti da una moderna medicina sportiva e, quando questo avviene,
essa si limita alla fase di valutazione funzionale senza alcun
seguito per quanto riguarda le successive fasi di programmazione
dell’allenamento e controllo della prestazione. Voglio concludere
però sottolineando un aspetto che benché non strettamente correlato
al tema di questa relazione mi pare senz’altro correlato.
In un
articolo apparso di recente nella pagina scientifica del NY Times un
noto ricercatore nell’ambito delle neuroscienze, commentando gli
incredibili progressi ottenuti dall’attore Christopher Reeves
(tetraplegico dal 95) in seguito ad un intensissimo programma di
allenamento a cui si è sottoposto nel corso degli anni, sostiene, “gli
effetti che un intenso programma di esercizio fisico ha sulla
plasticità del sistema nervoso adulto sono a tutt’oggi ben lungi
dall’essere completamente capiti ed esplorati”.
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