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BIOMECCANICA
DELL’ARTO SUPERIORE NELLO SPORT IN CARROZZINA
di Franco Benazzo
L’arto superiore
costituisce un argomento di interesse traumatologico particolare
nell’atleta disabile poiché alla patologia traumatica e
microtraumatica correlata al gesto specifico dello sport praticato
si aggiunge quella dipendente dalla propulsione della carrozzina.
Infatti già una
semplice disamina dei dati epidemiologici ci mostra come la
stragrande maggioranza della patologia macro e microtraumatica
avvenga a carico dell’arto superiore ed in particolare della mano e
della spalla.
In particolare i
traumi acuti sono i più rappresentati.
Si tratta
generalmente di cadute dalla carrozzina ma anche di contrasti fra
atleti o fra atleta e carrozzine. Ma un ruolo di primo piano è
rivestito dalla patologia da sovraccarico.
Curtis e
collaboratori 1985hanno esaminato 291 traumi in 128 atleti; si
trattava soprattutto di traumi dei tessuti molli (33%), vesciche
(18%) e ferite (17%); gli sport più rappresentati erano l’atletica
leggera (26%) ed il basket (24%).
Ferrara e collaboratori 1990 hanno descritto 19 atleti 50 infortuni
in 1 anno di attività.
L’arto superiore era il più colpito (58%), l’arto inferiore veniva
interessato nel 22%, il rachide nel
18%. Si trattava nel 49% dei casi di trauma acuto (collisione) 49% e
di overuse nel 35%.
Un altro studio
effettuato da Mc Cormack ha mostrato 364 infortuni in 90 atleti. Il
20% di questi infortuni riguardava la mano il 16% la spalla e l’11%
le dita. Un dato interessante era costituito dalla bassa percentuale
di coloro fra questi che erano ricorsi alle cure mediche (31%).
Da un punto di
vista strettamente biomeccanico è comunque la spalla a rivestire
l’interesse maggiore. Le sue peculiari caratteristiche anatomiche
rendono ragione di una biomeccanica complessa e delle conseguenti
manifestazioni cliniche.
E’ grazie
all’azione combinata di strutture differenti quali l’articolazione
scapoloomerale, la articolazione scapolotoracica e l’acromionclaveare
che l’omero assume le varie posizioni nello spazio; la più
importante di queste strutture è l’articolazione scapoloomerale;
questa enartrosi a ridotta superficie di contatto ed a bassa
congruenza, responsabile (almeno nella spalla sana) della quota più
ampia di movimento, è dotata di una scarsissima stabilità
intrinseca. Tale stabilità intrinseca è affidata alla pressione
negativa che tiene la testa dell’omero aderente alla glena, ed
capsula articolare con i suoi legamenti glenoomerali; tali elementi
non sono però sufficienti a garantire la stabilità ed è necessaria
l’azione di elementi estrinseci rappresentati dai muscoli della
cuffia dei rotatori e dal tendine del capo lungo del bicipite.
Questi, oltre a
garantire la mobilità in abduzione e rotazione interna
(sottoscapolare) ed esterna (sovraspinato, sottospinato, piccolo
rotondo), hanno, congiuntamente al capo lungo del CLBB,
un’importante funzione di depressori della testa omerale che
tenderebbe altrimenti, per azione del deltoide, a scivolare in senso
craniale. In particolare è durante il movimento di abduzione che
l’azione compressiva della testa nella glena esercitata dai rotatori
viene a controbilanciare le forze di taglio determinate dal
deltoide.
Nel caso specifico
dello sport in carrozzina tale azione risulta di grandissima
importanza se consideriamo che ai normali meccanismi lesivi legati
allo specifico gesto tecnico vanno aggiunti quelli determinati dal
gesto propulsivo.
Durante la
propulsione della carrozzina infatti la spalla è l’articolazione più
sollecitata e la quota maggiore del lavoro esercitato dai muscoli
attorno al cingolo scapolare viene impiegata per stabilizzare
l’articolazione (van der Helm e Weeger 1996); ciò rende ragione
anche della scarsa efficienza della azione propulsiva.
Attenzione
particolare va poi posta sullo squilibrio muscolare che viene a
determinarsi nella spalla dell’atleta in carrozzina. Confrontata a
quella dell’atleta non disabile questa è globalmente più forte ma
d’altra parte vi è presente un netto squilibrio fra adduttori
(pettorale, latissimus dorsi e grande rotondo) ed abduttori
(deltoide e cuffia dei rotatori)a favore di questi ultimi oltre ad
deficit di vario grado dell’efficacia dei rotatori impegnati, come
già detto, nell’azione di stabilizzazione
(Burnham
et al. 1993).
Altro elemento di
grande importanza è rivestito poi dal livello di lesione midollare.
La parte superiore del corpo è infatti sostenuta dall’azione della
spalla congiuntamente a quella dei muscoli addominali e dei muscoli
spinali; evidentemente più alto sarà il livello di lesione
midollare, minore sarà la compartecipazione degli addominali prima e
dei spinali poi, che lasceranno alla spalla una quota sempre
maggiore di lavoro.
La sindrome da
conflitto subacromiale è l’espressione clinica più frequente di
questi fenomeni biomeccanici ai quali vanno aggiunti altri momenti
scatenanti. Nel caso di alcuni sport come il basket il momento
lesivo determinato dal gesto specifico (impingement position) e più
in generale l’aggravante della altissima richiesta funzionale alla
quale la spalla è sottoposta in questi atleti e quindi la scarsa
possibilità di osservare opportuni periodi di riposo per recupero.
Il particolare design della carrozzella ha anch’esso un ruolo nella
genesi della sindrome da conflitto subacromiale. Nel lavoro di
Bailey e coll. del 1987 vediamo come il 33% degli atleti disabili
lamentava scapoloomeralgia e come nel 24% di questi si trattasse di
sd da conflitto subacromiale.
Ma la patologia da
sovraccarico si manifesta anche altrove nel contesto dell’arto
superiore.
Il gomito è un
complesso articolare molto più stabile rispetto alla spalla: le due
articolazioni che lo compongono consentono due soli gradi di
libertà.
In particolare la
omero-radio-ulnare prossimale (articolazione trocleare) consente la
flesso-estensione, mentre la radio-ulnare prossimale (articolazione
trocoide) consente la prono-supinazione.più complessa è la
situazione muscolare. schematizzando, da un punto di vista
funzionale possiamo individuare quattro gruppi di muscoli: gli
estensori, i flessori, i pronatori ed i supinatori. (Tab.1)
Tab. 1
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ESTENSORI |
FLESSORI |
PRONATORI |
SUPINATORI |
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Tricipite |
Bicipite |
Pronatore rotondo |
Supinatore |
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anconeo |
Brachiale |
Pronatore quadrato |
Bicipite |
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Brachio-radiale |
Brachio-radiale |
Flessore lungo pollice |
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Pronatore rotondo |
ERLC |
Estensore lungo pollice |
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ERLC |
FRC |
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Palmare
lungo |
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La tabella ci
mostra come i gruppi dei flessori, pronatori e supinatori siano
abbondantemente rappresentati a differenza di quello degli
estensori. Questo fatto porta ad una maggiore vulnerabilità di
questi ultimi (meno vicariabili).
La frequenza delle
tendinite inserzionali del tricipite ne è l’espressione clinica più
evidente. La sollecitazione della regione inserzionale olecranica
del tricipite durante la lock-out position al termine della
propulsione ne è il momento patogeno principale.
La patologia da
sovraccarico della regione del gomito è però rappresentata anche
dalle tendinite degli estensori e dei flessori impegnati
ripetutamente ed energicamente in co-contrazione durante la
propulsione della carrozzina.
L’altro capitolo
principale della traumatologia da sovraccarico dell’arto superiore
in carrozzina è dato dalle neuropatie canalicolari rappresentate
principalmente dalla sindrome del tunnel carpale ed in misura molto
meno importante dalla compressione del nervo ulnare al canale di
Guyon ed alla doccia epitrocleo-olecranica.
In particolare la
sindrome del tunnel carpale può essere spiegata dalla ripetuta
angolazione del polso in estensione ed i ripetuti microtraumi
durante la spinta della carrozzina ai quali va associata l’attività
continua dei flessori con i conseguenti fenomeni infiammatori a
carico delle guaine sinoviali che costituiscono un ulteriore fattore
di compressione del nervo mediano nel canale del carpo.
A dimostrazione di
ciò Veeger e coll. 1998 collaboratori hanno evidenziato
l’associazione all’attività dei flessori di valori di deviazione
ulnare e radiale del polso in estensione molto prossime ai massimi
valori riscontrati in letteratura.
Burnham e
collaboratori 1994 hanno studiato da un punto di vista clinico ed
elettromiografico 28 atleti notando la significativa frequenza della
sindrome del tunnel carpale (46%) e della compressione del n.ulnare
al gomito (39%) presenti clinicamente nel 23% dei casi che diventava
64% alla valutazione elettromiografica.
Questa differenza
va probabilmente interpretata considerando la consistente presenza
di sindromi subcliniche ma anche la scarsa “attenzione” di questi
soggetti alla propria sintomatologia stante la elevata motivazione
all’attività fisica e ci fornisce una prima importante riflessione
conclusiva.
La attività
sportiva nel disabile offre più di un vantaggio: oltre ai ben
conosciuti effetti di miglioramento della funzione articolare, di
aumento della forza e della resistenza muscolare va ricordata la
minor frequenza di ricoveri ospedalieri e di richieste di visita
medica da parte dei praticanti sport rispetto ai non praticanti e
quindi una importante funzione preventiva che si esercita
probabilmente a più livelli.
Infine la patologia
specifica di questi soggetti è peculiare non tanto sotto il profilo
delle manifestazioni cliniche quanto sotto quello delle loro basi
biomeccaniche che assumono sfumature particolari per l’affiancarsi
al gesto sport-specifico del momento propulsivo.
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