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GLI ASPETTI CARDIOVASCOLARI DELL’ATTIVITA’ SPORTIVA NEL DISABILE
di Giovanni Gazale
1- ASPETTI GENERALI
E’ considerato
disabile un soggetto che abbia perso in modo permanente, in misura
totale o parziale, una o più funzioni biologiche. In tale
situazione, un’attività fisica regolare può apportare grandi
benefici sia dal punto di vista fisico che psichico. Un allenamento
costante permette infatti di ottenere nel tempo sia un recupero
almeno parziale delle funzioni biologiche compromesse, sia un
potenziamento di quelle normali residue, con un sicuro miglioramento
del grado di autonomia individuale che si suppone limitato
dall’handicap.
Dal punto di vista
medico sportivo è necessario distinguere i disabili fisici (che
presentano patologie che ne limitano la deambulazione o i movimenti
in generale), i disabili psichici (con ridotte capacità
intellettive) e i disabili neurosensoriali (sordomuti, non vedenti,
ipovedenti).
Queste diverse forme
di disabilità condizionano l’autonomia di movimento e di esercizio
fisico dell’individuo, favorendo una situazione di sedentarietà che,
in alcuni soggetti, come nei tetraplegici e nei poliomielitici
gravi, arriva a raggiungere la sua massima espressione. Questo può
determinare il sovrapporsi alla malattia di base di tutti i problemi
tipici della mancanza di attività fisica, come l’obesità, il
diabete, le dislipidemie, l’osteoporosi, l’ipertensione arteriosa,
l’aterosclerosi precoce, ecc.
L’inattività fisica
può del resto essere considerata già di per sé tra i principali
fattori di rischio cardiovascolare, al pari dell’obesità, del
soprappeso, dell’ipertensione arteriosa e dell’ipercolesterolemia.
Esiste infatti un rapporto inversamente proporzionale fra attività
fisica e morbilità e mortalità cardiovascolare: è dimostrato che
soggetti che con l’esercizio fisico raggiungono un dispendio
energetico di 2000 kcal/settimana mostrano una riduzione del 24%
della mortalità, indipendentemente dal sesso o dall’età del
soggetto. L’attività fisica consente infatti di modificare in senso
positivo il rischio cardiovascolare attraverso la riduzione del
soprappeso e dell’obesità, la redistribuzione del grasso corporeo e
la riduzione
dell’incidenza di
diabete non insulino dipendente. Inoltre, l’esercizio fisico
regolare influisce in misura favorevole sui livelli pressori e sul
profilo lipoproteico. E’ anche descritta un’azione diretta sul
rischio cardiovascolare, indipendente da quella mediata dai fattori
di rischio classici. Globalmente l’esercizio fisico agisce in senso
favorevole sul rischio cardiovascolare perchè: può contribuire a
regolare i valori pressori; allena il cuore, che riduce la propria
frequenza al minuto sia a riposo che sotto sforzo; favorisce il
raggiungimento e il mantenimento del peso corporeo ideale attraverso
l’incremento del dispendio energetico ed uno stimolo al controllo
dell’apporto alimentare; nel paziente diabetico può ridurre il
fabbisogno di insulina per incremento della sensibilità
all’insulina, riduzione della produzione di glucosio dal fegato e
riduzione dell’obesità; può ridurre del 6,3% il colesterolo totale e
del 10,1% il colesterolo-LDL, e determinare un aumento del 5% dei
livelli di colesterolo-HDL; è in grado di ridurre del 52%
l’aggregazione piastrinica e può migliorare la funzione endoteliale;
migliora la variabilità della frequenza cardiaca nei pazienti con
pregresso infarto miocardio acuto o insufficienza cardiaca cronica;
può migliorare il tono dell’umore sia nel paziente ansioso che nel
depresso; inoltre, il fumatore che pratica attività sportiva
regolare è più stimolato e motivato a smettere di fumare.
Comunque, nonostante
la chiara evidenza dei vantaggi di una vita attiva, e sebbene il
rischio relativo di coronaropatia correlato all’inattività fisica
aumenti dell’1,5-2,4% e sia paragonabile a quello indotto
dall’ipertensione arteriosa, dall’ipercolesterolemia e dal fumo di
sigaretta, ancora oggi le statistiche indicano che il 38% dei
soggetti USA di età superiore ai 55 anni svolge una
vita del tutto
sedentaria, e che il 57% delle persone in Europa e il 66% in Italia
pratica un’attività fisica quotidiana inferiore ai 30 minuti.
Esiste dunque un
problema “culturale” di base, che si accentua ovviamente laddove
intervengano condizioni e patologie che riducono ulteriormente la
capacità di movimento dell’individuo.
2-
GLI SPORT IN CARROZZINA
Per omogeneità di
trattazione, e per soddisfare meglio gli interessi dei partecipanti
a questo Convegno, che si svolge parallelamente al torneo
internazionale di basket in carrozzina, focalizzeremo il nostro
discorso sui problemi dei disabili fisici affetti da patologie che
ne abbiano compromesso in modo totale o parziale l’uso di uno o più
arti (secondariamente a polio, amputazioni, traumi midollari,
patologie congenite, ecc.).
La maggioranza di
questi atleti utilizza per le proprie prestazioni sportive delle
carrozzine appositamente predisposte, costruite sulla base sia delle
caratteristiche dell’atleta che del tipo di sport da praticare. Per
esempio, le carrozzine utilizzate per la corsa di velocità o di
fondo sono costruite in modo tale da garantire una posizione quanto
più aerodinamica possibile, col tronco accovacciato, il baricentro
del corpo molto vicino al terreno e le braccia che coprano tutta la
circonferenza delle ruote; quelle usate per il basket prevedono
invece che si possa mantenere una posizione seduta-eretta, con
sedile posizionato al limite massimo consentito di 53 cm.
Il fatto che, come
abbiamo visto, l’attività sportiva comporti effetti sicuramente
positivi per il disabile sia dal punto di vista fisico che psichico,
ha convinto molti portatori di handicap, nel corso degli ultimi
10-15 anni, ad avvicinarsi con sempre maggior entusiasmo allo sport
anche agonistico.
Già nel corso della
stagione 1994-95 hanno partecipato al Campionato Italiano di basket
in carrozzina 324 atleti divisi in 27 società sportive distribuite
su tutto il territorio nazionale.
Analizzando nel
dettaglio la patologie di base di questi atleti, emerge che per 150
di essi (46,3%) il problema era rappresentato dagli esiti di una
poliomielite; 134 (41,4%) presentavano esiti di lesioni midollari;
15 (4,4%) avevano subito l’amputazione di uno o entrambi gli arti
inferiori; 7 (2,3%) avevano una spina bifida; 18 (5,6%) erano
affetti da altre patologie.
Nel corso del
Campionato 2001-2002, invece, fra gli atleti dei gruppi di basket in
carrozzina di Sassari e Porto Torres visitati presso il Centro di
Medicina dello Sport della ASL 1 di Sassari, su 20 atleti
complessivi, 10 (50%) presentavano esiti di lesioni midollari, 6
(30%) avevano esiti di poliomielite, 2 (10%) avevano subito
amputazione di un arto inferiore, e 2 (10%) erano affetti da altre
patologie.
Il confronto fra i
due gruppi dimostra come la situazione relativa alle patologie di
base si stia velocemente modificando. Per fortuna, infatti, la
poliomielite è stata finalmente debellata sia in Italia (ultimi due
casi registrati a Napoli nel 1982), che in Europa (ultimo caso nel
1998 in Turchia in un bimbo curdo non vaccinato) e lo scorso 21
giugno, a Copenaghen, l’OMS ha dichiarato la Regione Europea “polio
free”.
Per contro, si
assiste purtroppo alla crescita dei casi legati a traumi midollari
(in costante aumento soprattutto nei paesi industrializzati, con una
incidenza stimata di 4-5 nuovi casi per 100.000 abitanti); questa
patologia risulta fra l’altro prevalente in età giovane-adulta, ed è
più spesso secondaria sia ad incidenti stradali che a traumi da
sport.
3-
ADATTAMENTI CARDIOVASCOLARI NEL DISABILE
Nei soggetti
obbligati all’uso della carrozzina esiste una correlazione tra la
massa ventricolare sinistra, misurata con metodica ecocardiografica,
ed il livello di attività fisica praticata. In particolare, in
pazienti con lesioni midollari alte (tetraplegici), la forzata
inattività comporta marcati fenomeni regressivi a carico
dell’apparato cardiovascolare, fino ad arrivare ad una vera e
propria atrofia cardiaca (si riducono la massa miocardica
funzionante, che risultava invece perfettamente normale prima del
trauma midollare, e il diametro interno dell’atrio e del ventricolo
di sinistra, e compaiono anomalie della cinetica delle pareti
ventricolari). Queste modificazioni comportano una riduzione della
gettata sistolica, della gettata cardiaca e della pressione
arteriosa media (nonostante un aumento delle resistenze vascolari
periferiche totali), e sono prevalentemente determinate da una
diminuzione del precarico dovuto al drastico calo del ritorno venoso
dai distretti muscolari inattivi e che necessitano quindi di una
minore quantità di sangue. Il ridotto ritorno venoso, riducendo le
dimensioni interne delle cavità cardiache e conseguentemente lo
stress parietale (che dipende dal raggio cavitario), toglie al
miocardio uno degli stimoli fondamentali per il mantenimento del suo
trofismo.
A queste
considerazioni, valide in generale per tutte le situazioni in esame,
devono aggiungersi alcune particolarità valide per il mieloleso e
non per il poliomielitico e l’amputato: l’interruzione tra centri
encefalici di controllo del sistema cardiocircolatorio e centri
ortosimpatici spinali impedisce la vasocostrizione nei distretti
muscolari non coinvolti nell’esercizio, contribuendo in alcuni
soggetti alla genesi dell’ipotensione da esercizio fisico che
rappresenta talora un importante problema relativamente
all’idoneità; per lo stesso motivo, in mancanza delle informazioni
provenienti dalla periferia, i centri diencefalici di regolazione
della temperatura non riescono a determinare gli aggiustamenti
vascolari distrettuali utili alla dispersione del calore prodotto
con l’esercizio.
L’esercizio fisico,
ripetuto nel tempo, comporta modificazioni morfo-funzionali a carico
dei muscoli scheletrici e del cuore con un significativo
miglioramento delle prestazioni.
In uno studio che ha
confrontato due gruppi di atleti, 11 praticanti il basket in
carrozzina e 12 praticanti la corsa in carrozzina, nel gruppo
praticante la corsa si è riscontrata una frequenza cardiaca a riposo
inferiore, un diametro diastolico ed una massa ventricolare sinistra
maggiori rispetto al gruppo praticante il basket, e notevolmente
maggiori rispetto al gruppo di controllo di disabili non praticanti
sport. Gli indici di funzione sistolica e diastolica erano
mediamente normali, salvo alcuni valori ai limiti inferiori in
atleti del basket. Complessivamente in 9 atleti su 21 era anche
presente una discinesia della parete posteriore di grado lieve o
medio. Altre modificazioni si avevano a carico del distretto vasale,
con un evidente rimodellamento del circolo periferico, con calibro
normale o aumentato dei vasi della metà superiore del corpo e
ridotto invece significativamente nella metà inferiore, dovuto ad
aumento delle resistenze arteriose e riduzione del ritorno venoso
nei distretti muscolari inferiori inattivi e, al contrario, aumento
della superficie circolatoria nei distretti superiori, fortemente
impegnati nell’esercizio.
Questi dati
dimostrano che l’attività sportiva è in grado di contrastare i
fenomeni regressivi a carico dell’apparato cardiovascolare collegati
alla riduzione della massa muscolare attiva e alla forzata
inattività fisica.
Il riadattamento
muscolare dipende ovviamente dalla gravità della patologia di base e
dall’intensità e costanza dell’allenamento.
4-
IL GIUDIZIO CARDIOLOGICO SULL’IDONEITA’ ALLO SPORT
Fino al 1992 gli
atleti disabili erano suddivisi in due gruppi, A e B, in base
all’impegno cardiorespiratorio tipico dello sport praticato e in
base alla gravità della patologia di base.
Al gruppo A
appartenevano atleti praticanti sport a basso impegno
cardiorespiratorio (tennis tavolo, tiro, ecc.), e atleti
tetraplegici praticanti sport più impegnativi (nuoto, corsa e basket
in carrozzina), ritenendo che la patologia di base impedisse
comunque prestazioni cardiovascolari di grado elevato. Per questo
gruppo di atleti era richiesta una valutazione cardiologica basata
solo sulla visita e l’ECG a riposo.
Nel gruppo B erano
compresi atleti praticanti sport ad impegno cardiopolmonare elevato
e con lesioni di entità minore. Per questi atleti era richiesto
anche un ECG da sforzo che, per gli sport in carrozzina, prevedeva
una corsa della durata di tre minuti per una distanza di almeno 350
metri da effettuarsi su rulli o sul campo.
La situazione è stata
modificata nel 1993 da un “Decreto per la determinazione dei
protocolli per la concessione dell’idoneità alla pratica sportiva
agonistica alle persone handicappate” che distingue due gruppi in
relazione all’impegno muscolare e cardiorespiratorio:
per il gruppo A,
comprendente attività ad impegno lieve-moderato (automobilismo,
karting, bocce e bowling, scherma, tennis tavolo, tiro, vela), la
valutazione cardiologica prevede solo visita ed ECG basale;
per il gruppo B,
comprendente attività ad impegno elevato, (atletica leggera, basket
in carrozzina, nuoto, pallanuoto, canoa, canottaggio, sci, attività
subacquee, ecc.), viene aggiunto un ECG da sforzo con monitoraggio
continuo durante e dopo lo sforzo.
Il test da sforzo può
essere eseguito: nei soggetti con l’uso degli arti inferiori, con le
stesse modalità del normale (step test o cicloergometro fino al
raggiungimento di una F.C. pari almeno al 75% di quella teorica
massima); nei soggetti con problemi agli arti inferiori, con un
ergometro a manovella o a rullo con carichi crescenti fino alla
stessa F.C.; nei soggetti con impossibilità ad eseguire il test,
l’ECG da sforzo potrà essere effettuato facendo eseguire all’atleta
gli esercizi che è in grado di compiere.
Presso il Centro di
Medicina dello Sport della ASL 1 di Sassari l’esecuzione del test da
sforzo si attua con l’utilizzo di un lungo corridoio nell’ambito del
quale l’atleta viene fatto correre con la carrozzina con una prima
valutazione clinica ed elettrocardiografica in condizioni basali, ed
una seconda dopo sforzo adeguato, rappresentato appunto dalla corsa
con la stessa carrozzina dell’atleta, che riproduce assai fedelmente
quello che può accadere in gara.
In alternativa,
analogamente a quanto accade nel soggetto normale per l’esecuzione
di un test da sforzo massimale al cicloergometro, possono essere
utilizzati degli ergometri a due rulli, del tipo di quelli
utilizzati dagli stessi atleti per gli allenamenti, appositamente
dotati di rilevatore computerizzato della velocità posizionato su
una ruota posteriore. Anche in questo caso si possono così
sollecitare tutte le masse muscolari normalmente utilizzate in gara.
Meno utile sembra l’ergometro a manovella, che non riproduce
fedelmente il gesto tecnico dell’atleta sia della corsa che del
basket, e dunque ha un significato diagnostico inferiore. Più adatto
pare invece l’ergometro monorullo progettato dal Professor Dal
Monte, che permette di ottenere i massimi risultati sia come impegno
metabolico che come rendimento meccanico.
Un protocollo
completo per la valutazione cardiopolmonare dell’atleta disabile può
prevedere un test da sforzo massimale con incremento della velocità
di 2 km/ora ogni 2 minuti, con valutazione per ogni step di ECG,
F.C., P.A., ventilazione polmonare, consumo di ossigeno, emissione
di anidride carbonica e parametri derivati (si utilizza in genere un
ergospirografo a circuito aperto). La prova viene interrotta in base
ai criteri classici utilizzati per l’ergometria nel soggetto
normale.
Una valutazione
particolare viene fatta nel disabile mieloleso per seguire
l’andamento dei valori pressori (cosa assai difficoltosa nel corso
della prova e solitamente effettuata solo in condizioni basali e al
termine dello sforzo). In certi casi, anche se per fortuna rari, può
infatti verificarsi una ipotensione da sforzo sintomatica che
costringe ad arrestare la prova (sdr vertiginosa, lipotimia,
eccessiva tachicardizzazione), tipica specialmente del soggetto
mieloleso tetraplegico, sia per la mancata regolazione vasomotoria
legata all’interruzione delle connessioni nervose, sia anche forse
per la mancanza della fisiologica riduzione di calibro e del
conseguente aumento delle resistenze nei segmenti inattivi.
Sarebbe comunque
assai importante, in sport come il basket in carrozzina, riuscire ad
effettuare dei test di tipo massimale, dato che si è visto che nel
corso di allenamenti intensi e in certe fasi della gara si
raggiungono elevati valori di F.C., ventilazione polmonare e consumo
di ossigeno, indice di un elevato impegno cardiocircolatorio e
metabolico.
La potenza aerobica,
espressa dal VO2 max, è mediamente elevata, specialmente in atleti
praticanti la corsa di fondo o mezzofondo, seguiti dai nuotatori,
dai giocatori di basket, pongisti, schermidori e sollevatori di
pesi.
Ovviamente, le
categorie con maggior grado di handicap mostrano livelli di VO2 max
inferiori rispetto a quelle con grado minore. Pertanto, la capacità
funzionale dell’atleta disabile dipende prevalentemente dall’entità
e dal tipo del deficit di base e solo secondariamente dal livello di
allenamento.
Nell’atleta disabile
sarà in ogni caso necessario ricordare la differente risposta
emodinamica e bioumorale che caratterizza in generale il lavoro
muscolare effettuato con i soli arti superiori, ma soprattutto i
problemi riguardanti l’attività respiratoria.
Infatti, un numero
rilevante di soggetti disabili presenta alterazioni scheletriche
della gabbia toracica e/o lesioni dei muscoli respiratori che
possono arrivare a compromettere la ventilazione polmonare. In
questi casi potrà essere molto utile una prova ergospirografica con
test massimale, che potrà dimostrare valori differenti rispetto a
quelli teoricamente attesi con la sola prova a riposo.
Ovviamente, la
concessione dell’idoneità in soggetti disabili presenta aspetti
medico-legali importanti e non del tutto codificati. E’ chiaro che
occorrerà adottare criteri di giudizio meno restrittivi, vista
l’importanza dello sport dal punto di vista psicologico e fisico per
questi atleti, ma pur sempre badando a non mettere in pericolo la
loro salute.
In particolare, per
quanto riguarda le patologie cardiovascolari potranno essere
considerati validi gli stessi criteri suggeriti dai protocolli del
COCIS per gli atleti normali. Ovviamente, tutto va valutato
nell’ambito del contesto generale dell’atleta. Per esempio, dovranno
essere considerate normali le discinesie parietali riscontrabili in
soggetti mielolesi e poliomielitici, dovute alla particolare
situazione emodinamica.
Andranno invece
valutati in modo più restrittivo soggetti affetti da malattie
neuromuscolari degenerative su base genetica (distrofie, miopatie),
che si accompagnano spesso ad un interessamento miocardio anche
grave.
Particolare
attenzione va pure riposta in soggetti amputati per problemi
neoplastici che siano stati trattati con chemioterapia, dato che
alcuni farmaci antiblastici possono provocare una cardiomiopatia
secondaria, evidenziabile solo ecocardiograficamente.
In soggetti con
lesione midollare alta, il riscontro di ipotensione sintomatica da
sforzo sarà criterio di esclusione almeno per le attività del gruppo
B.
CONCLUSIONI
La pratica di
attività sportiva, anche a livello agonistico, rappresenta per il
soggetto disabile, così come per il soggetto normale, un ottimo
strumento per contrastare l’insorgenza delle malattie
cardiovascolari; a ciò si aggiunge inoltre il ruolo fondamentale
dell’allenamento fisico come momento di riabilitazione e il grande
beneficio che la pratica dello sport comporta dal punto di vista
psicologico. La diffusione della consapevolezza di tali effetti
favorevoli ha comportato negli ultimi tempi un incremento del numero
di soggetti disabili che si avvicinano alla pratica di attività
fisica. Questi risvolti positivi non devono però far dimenticare che
situazioni particolari possono controindicare, come nell’atleta
normalmente abile, la pratica di attività sportiva, per cui si
raccomanda che anche gli atleti disabili si abituino ad essere
seguiti presso i Centri di Medicina dello Sport, sulla base di
protocolli ormai standardizzati
Atri articoli sullo sport per disabili
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