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Quali
benefici comporta dal punto di vista psicologico
il
praticare un’attività sportiva durante l’infanzia?
L’attività motoria e
sportiva può rappresentare per i bambini una occasione di benessere, formazione
e sviluppo. L’attività motoria oltre a sollecitare l’apparato osteoarticolare e
muscolare rappresenta un imprescindibile alimento per la costituzione e lo
sviluppo della mente. Tramite il gioco e il movimento il bambino impara ad
esplorare il mondo circostante, a relazionarsi con gli oggetti e le persone e a
diventare artefice della propria azione. Tramite la fiducia che il bambino
acquisisce nel muoversi in situazioni di gioco, egli affina l'esperienza
sensoriale, la arricchisce con nuovi stimoli e forme di elaborazione cognitiva
che implicano a partire dalla fanciullezza la percezione di competenza fisica e
della propria apparenza corporea che rappresentano il fulcro iniziale della
propria identità personale.
Quali
sono i meccanismi che fanno del movimento un insostituibile combustibile per la
mente?
Come testimoniano i più
recenti contributi delle neuroscienze muoversi è comprendere: il movimento non è
un semplice epifenomeno di un processo cognitivo che avviene altrove, ma solo
nel corpo e tramite il corpo si possono sviluppare i nostri processi psichici
superiori (linguaggio, ragionamento, imitazione). L’osservare un’azione compiuta
da altri attiva nel nostro cervello le stesse aree che sono deputate
all’esecuzione del movimento osservato. Sembrerebbe pertanto che uno spettatore
possa avere un’esperienza motoria simile a quella del suo beniamino le cui gesta
osserva stando comodamente sprofondato in poltrona. Se non fosse che, un conto è
compiere un’azione, un conto è osservarla. Altrimenti avrebbero ragione quanti
praticano lo sport più diffuso in Italia che consiste nel cambiare con una sola
mano i programmi televisivi tramite il telecomando!!!
A differenza della
azione osservata, la locomozione non soltanto ci informa sul mondo circostante,
ma ci trasforma anche come esseri percepenti. Se i ghiacciai che si palesano
all’alpinista d’alta quota rimangono una esperienza inaccessibile ai più, al
pari delle profondità degli abissi o all’accelerazione negativa che esperiscono
i piloti di caccia, non dobbiamo dimenticare che in un passato più o meno
recente ciascuno di noi ha provato il brivido di osservare il mondo da una
prospettiva eretta, dopo averlo esplorato in posizione quadrupede.
Con l’acquisizione
della deambulazione cambia per il bambino non solo la prospettiva, ma anche lo
spazio di libero movimento che si dilata sino ad includere quel mondo degli
oggetti non a diretta portato di mano, che precedentemente era reso accessibile
solo mediante la mediazione di qualche figura di riferimento. Famosi
esperimenti condotti intorno agli anni sessanta da …. hanno efficacemente
dimostrato che il semplice movimento può non rappresentare un adeguato alimento
per la mente quando non è sostenuto da una intenzionalità consapevole.
Cosa succede alla mente di un
organismo inattivo o carente di iniziativa personale è stato dimostrato anni
orsono da Held e Hein tramite una ingegnosa proceduta sperimentale (vedi
figura). I ricercatori
allevarono dei gattini al buio e li esposero alla luce solo in condizioni
controllate. Ad un primo gruppo di animali fu consentito di muoversi qua e là
normalmente, ma ciascuno di essi era attaccato a un carrello e a un cestino che
conteneva un animale del secondo gruppo. I due gruppi pertanto condividevano la
stessa esperienza visiva, ma il secondo gruppo era completamente passivo. Quando
gli animali furono liberati dopo qualche settimana di questo trattamento, i
gattini del primo gruppo si comportavano normalmente, ma quelli che erano stati
portati qua e là dagli altri si comportarono come se fossero stati ciechi:
urtavano contro gli oggetti e cadevano ai bordi delle superfici usate per farli
camminare (citato in: Varela, Thompson e Rosch, La via di mezzo della
conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1991, pagg. 207-208).
Si può
parlare correttamente di paramorfismi psicologici?
Credo che
l’esperimento precedente possa rappresentare un buon punto di partenza per
discutere di paramorfismi psicologici, legati a ipocinesia o per essere più
precisi ad una dieta motoria povera di intenzionalità. Spesso si sente ripetere
che la vita odierna con i suoi ritmi frenetici e con la diffusione nei paesi più
industrializzati delle tecnologie, abbia limitato le potenzialità di movimento
di intere generazioni. E’ sufficiente confrontare gli stili di vita di quanti
popolano la maggior parte dei piccoli centri rurali della Sardegna con quanto in
genere esprimono sul piano motorio i bambini cresciuti nelle grandi città, per
accorgersi delle difficoltà che i secondi incontrano sul piano fisico ed
espressivo, quando non sono stati opportunamente sollecitati dalla attività
sportiva extrascolastica.
L’attività sportiva è
un contesto regolamentato dove il bambino può fare esperienza di sé e degli
altri, potenziare il suo corpo e ampliare gli orizzonti della sua mente.
Tramite
l’azione motoria il bambino amplia le proprie competenze, acquisisce importanti
abilità e sviluppa nuove consapevolezze. L’attività motoria o sportiva se
opportunamente proposta sollecita spontaneamente il desiderio del bambino di
mettersi alla prova, di stabilire le proprie competenze e di esplorare il mondo
circostante. Oltre al bisogno di movimento e di educazione del proprio corpo,
l’attività motoria può appagare il bisogno di autorealizzazione, di
appartenenza, di gioco e avventura e di vivere in un ambiente naturale .
Lo sport
con le sue regole, ruoli e gesti sottolinea l’importanza di una socializzazione
primaria, tramite cui il bambino impara ad acquisire una propria collocazione,
emotivamente connotata. Molti adulti ricordano spesso, talvolta con nostalgia,
il senso di appartenenza e lealtà sperimentato da giovani all’interno delle
compagini sportive, fossero esse orientate a sport individuali o di squadra.
Elemento che le statistiche nazionali confermano ogni qual volta evidenziano che
chi ha praticato sport da piccolo tende in genere a mantenerlo da adulto e a
trasmetterlo alla propria prole.
A che
punto è la ricerca in Italia?
Ad un
livello più analitico corre tuttavia l’obbligo di considerare che buona parte di
quanto sinora riportato è frutto di considerazioni personali, per lo più
condivise, che rappresentano un patrimonio comune di conoscenze, che sarebbe
opportuno incontrasse una maggiore attenzione da parte di coloro che hanno a
cuore lo sport. Mi riferisco in particolare alla carente presenza di studi
scientifici, soprattutto in ambito nazionale, che traducano le osservazioni e
considerazioni sinora esposte in ipotesi di ricerca e studi controllati, atti a
stabilire quali meccanismi e fattori siano responsabili dello sviluppo di queste
potenzialità psicologiche.
Passando in rassegna numerosi studi condotti all’estero
sull’argomento Gruber ( 1986), ha avuto modo di constatare che la
partecipazione nel gioco diretto e/o nei programmi di educazione fisica
contribuisce allo sviluppo dell’autostima nei bambini delle scuole elementari,
soprattutto per coloro che presentavano all’inizio una bassa autostima o
manifestano un rilevante disagio emotivo. Dalla meta-analisi condotta da Gruber
è risultato che le attività di allenamento aerobico erano quelle che producevano
migliori effetti sull’autostima e che i metodi di insegnamento personalizzato si
dimostravano più efficaci rispetto ai metodi di gruppo ed ai metodi dominati
dall’insegnante.
In
particolare gli effetti apparivano maggiori per quelle componenti della
autostima maggiormente connesse al piano fisico e motorio. I dati mostrano che
l’esercizio ha un effetto positivo sia per i maschi che per le femmine, anche se
le femmine potrebbero trarre maggior beneficio in quanto hanno spesso punteggi
consistentemente più bassi sia sulla fiducia di Sé che nell’immagine corporea,
valore di Sé fisico e autostima.
È stato
dimostrato per esempio, che i bambini e gli adolescenti che praticano attività
sportive hanno un miglior concetto di Sé dei sedentari e che i benefici relativi
ai programmi di attività fisica sono evidenti anche dopo periodi di breve durata
. La ricerca relativa al rapporto tra programmi di attività fisica e motoria e
concetto di Sé ha spesso però trascurato l’ambito scolastico. Uno dei pochi
studi condotti in ambito scolastico da Goni e Zulaika (2001), ha mostrato che
coloro che hanno partecipato ad uno sport scolastico ( sia individuale che
collettivo) ottenevano punteggi più alti nel concetto di Sé in ognuna delle
dimensioni misurate rispetto ai non partecipanti. Le differenze più rilevanti
sono state rilevate nell’ambito sportivo e in generale nell’ambito non
accademico. Viceversa non sono emerse differenze evidenti nel concetto di Sé
generale. La sensibilità di tali misure si estendeva sino a considerare i ruoli
ricoperti dai partecipanti: laddove i titolari manifestavano rispetto alle
riserve, punteggi più alti nel concetto di Sé. Le conclusioni tratte dagli
autori, oltre a sottolineare la importanza della educazione motoria all’interno
del curriculum degli studi, rinviano alla necessità di prestare attenzione ai
cambiamenti positivi che un clima sereno che ponga come primo obiettivo la
cooperazione e l’aspetto ludico piuttosto che la competizione, può produrre in
ambito scolastico unitamente all’utilizzo di un metodo aperto e flessibile che
permetta ai bambini di partecipare attivamente al movimento. Una notazione a
margine di tali ricerche è tuttavia d’obbligo, non essendo sinora la ricerca
condotta, quasi sempre di tipo correlazionale, nella condizione migliore per
poter stabilire se lo sport genera dei giovani più responsabili, leali, efficaci
e impegnati o viceversa costoro siano coloro che più facilmente permangono
all’interno dell’ambito sportivo: dove - come qualcuno faceva acutamente
osservare - il secondo classificato è il primo dei perdenti.
Quali sono gli auspicabili sviluppi degli interventi in questo settore?
Servirebbero maggiori sforzi e una consapevolezza più diffusa che veda nella
formazione dei giovani, ancor più se in tenera età, l’esigenza di conoscenze
specialistiche e sensibilità personali maggiormente sollecitate dalle curiosità
dei piccoli. Purtroppo, tali requisiti sono ancora lasciati ad un arbitrio sin
troppo libero, che stabilisce per consuetudine che tanto più le promesse sono
reali tanto maggiori devono essere le competenze in campo, dimenticandosi spesso
che l’unica vera forma di apprendimento è quella che precede lo sviluppo.
Investire nei vivai e nello sport giovanile significa anche costruire le basi
per una migliore società del domani. Se i bambini imparano da piccoli che
muoversi è divertente, esaltante e utile potranno da grandi scongiurare i
pericoli della sindrome ipocinetica. Se viceversa, saranno lasciati a loro
stessi o agli allenatori di qualche anno più grandi, ma inesperti, è molto
probabile che questo patrimonio possa non produrre i frutti sperati. Non è un
mistero che sempre più spesso si assiste ad un abbandono precoce della attività
sportiva. Giovani preadolescenti che a undici - dodici anni hanno bruciato il
loro interesse e la loro passione per lo sport, talvolta inseguendo i sogni,
quando non le frustrazioni più o meno inconfessate, dei loro allenatori o
genitori.
L’esasperazione dell’agonismo e della competizione, le pressioni
derivanti dai genitori, dalla squadra e dagli allenatori, le prospettive
economiche di un successo futuro e nei casi più eclatanti le esigenze degli
sponsor possono favorire l’instaurarsi di un clima particolarmente richiedente
in termini di prestazioni, che il bambino non ha la possibilità di fronteggiare
attivamente, non avendo sviluppato sufficienti competenze relazionali e sociali
e trovandosi, per ragioni anagrafiche, oltre che psicologiche, in condizioni di
dipendenza dagli adulti. Da qui un senso di noia e frustrazione, una perdita di
entusiasmo per gli allenamenti, la tendenza ad assumere un ruolo marginale,
scelto o imposto, all’interno del gruppo sportivo; spesso l’instaurarsi di veri
e propri fenomeni di ansia da prestazione che possono innescare meccanismi
fobici o alimentare sentimenti depressivi e auto svalutativi. Quando l’ansia da
competizione si innesca in un terreno di scarsa autostima e di debole
motivazione interna, le pressioni possono trasformarsi in frustrazioni e dar
vita a fenomeni di aggressività auto ed eterodiretta e di abbandono precoce.
Forse può sembrare eccessivo affermare che dietro ogni abbandono precoce c’è il
fallimento di una proposta educativa, ma considerare lo sport in giovane età un
impegno intollerabile e frustrante significa forse averne perso il significato
più autentico vale a dire il valore emancipatorio del movimento, del gioco e
dell’agonismo.
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