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La scelta degli esercizi e
l’approccio generale
Quando si deve
affrontare la scelta degli esercizi, bisogna tenere conto di tanti fattori
tranne questi: l’obbiettivo e le aspirazioni dell’atleta.
So che con questa frase sto
confutando il più classico dei malintesi in materia di esercizio fisico, ma è
essenziale assimilare un concetto imprescindibile che è alla base della
fisiologia umana, e cioè che i muscoli nascono per lavorare in sinergia. Il
primo passo per capire questo è un semplice esempio: se con ogni braccio
riusciamo a sollevare un manubrio di 20 chili, con due braccia assieme,
solleveremo un bilanciere da 45. Incredibile? stupefacente o misterioso?… fate
voi, ma è così, questa è la sinergia. Quindi si capisce perfettamente che ogni
gesto atletico si esprime al meglio se tutto il corpo è efficiente; a parità di
tecnica un vostro pugno sarà più forte quanto più forti saranno le vostre
gambe, insieme alle vostre braccia e a tutto il resto della catena muscolare.
Capirete onestamente, quanto sia difficile per un istruttore dover lottare
contro l’ignoranza in materia, che spinge il pugile a dire: -Voglio lavorare
solo le braccia perché intanto uso solo quelle.- Al contrario il ciclista o
il calciatore:
-Voglio lavorare solo le braccia
perché le gambe le faccio già.- Una cosa si intuisce, che le gambe sono in
pochi a volerle allenare in palestra, quindi in pochi a sapere quanto sia
importante, sia che si usino direttamente o no nello sport che si pratica,
allenarle con carichi progressivi per farle diventare più forti, o spiegare, a
chi non pratica altro sport, che grossi carichi allo squat o alla pressa
vogliono dire grossi carichi in panca piana. Questo ci dà la misura di quanto
poco interessino le differenze fra gli individui in materia di scelta; mi spiego
meglio: che voi vogliate semplicemente fare movimento, o che vogliate diventare
delle statue greche, che siate uomini o donne, magri o grassi, bassi o alti… se
volete far lavorare il dorso dovrete fare una trazione, e se volete lavorare il
petto dovrete fare una spinta. È fondamentale capire che la scelta, all’inizio,
è pressoché uguale per tutti, ovverosia fatta di esercizi di facile esecuzione e
di nessun rischio per quanto riguarda articolazioni e rachide.
Il discorso è diverso per gli atleti
che hanno una certa esperienza, che ci spingerà ad un’ attenzione particolare
per la presenza di dismorfismi di una certa gravità alla colonna vertebrale,
discopatie o altri problemi che possano limitare nella scelta, e non ultima la
possibilità di cambiare degli esercizi se si stabilisce la poca congenialità
rispetto alla propria fisiologia. Ad esempio: ad una persona che ha una scoliosi
importante gli saranno preclusi lo squat e gli stacchi, o qualsiasi esercizio in
piedi, prediligendo esercizi come la pressa e optando, per la parte superiore di
spalle e braccia, solo per esecuzioni da seduto e con la schiena appoggiata su
panca inclinata, o altra situazione con il rachide in completo scarico. Per
quanto riguarda la congenialità, vi possono essere soggetti che non riescono ad
esprimere tutta la loro potenzialità in un esercizio, allora si cercherà un’
alternativa. Ad esempio: una persona longilinea con leve particolarmente lunghe,
potrebbe avere difficoltà nelle spinte a presa stretta sulla panca piana, allora
si opterà per le parallele, e così via.
Tutto questo, spesso,
nell’affrontare chi è alle prime armi, ci spinge a non scardinare completamente
le convinzioni fantasiose fortemente radicate, e a cedere senza danno alcuno, a
qualche piccolo pregiudizio, ma solo nei primissimi allenamenti, tipo quello di
differenziare le tabelle degli uomini da quelle delle donne, aggiungendo qualche
innocuo esercizio per le gambe come adduttor o abduttor machine.
Vi rimando alla sezione tabelle,
dove ci saranno 4 tipi di tabelle standard progressive per affrontare tutta la
stagione di allenamento, ognuna in versione uomo e donna, le prime due per i
motivi sopra citati, le altre unicamente perché non tutte le donne riusciranno o
vorranno arrivare a fare esercizi tipo le trazioni alla sbarra o le parallele,
quindi semplicemente avranno esercizi alternativi.
Viene da se che il discorso sulle
specializzazioni, cioè il trattare le parti carenti con una routin mirata, cade
rovinosamente. Dato che, se questo allenamento è teso a sfruttare nel modo più
efficace il proprio potenziale di crescita in ogni sua parte, non esiste
qualcosa che possa farci andare oltre, se non una differenza di grado e
non di genere. Entriamo nello specifico: se dovessimo avere una parte
carente come ad esempio il petto, sappiamo bene che aggiungere esercizi sarebbe
poco auspicabile, visto l’ormai accettato caposaldo che “di più non è meglio”.
L’unica strada, per logica, sarebbe quella di modulare un grado di
intensità alto per gli esercizi della parte in questione e più basso per il
resto, e non di un genere di approccio che ci porterà lontano
dall’ottenere il massimo. Allo stesso tempo riflettete sul fatto che se
l’obbiettivo è quello di ottenere di più per il petto, dobbiamo essere
consapevoli che braccia più forti ci permetteranno carichi maggiori in panca
piana, quindi abbassare l’intensità negli esercizi per le braccia non sarà
produttivo, essendo, per così dire, “schiavi della sinergia”. Vorrei tornare
sull’argomento della preparazione per altri sport. Prendiamo ad esempio un
calciatore o un centometrista, che per migliorare la loro performance vogliono
fare potenziamento, hanno spesso un percorso già segnato dalla tradizione, verso
pratiche ormai obsolete. Vi esorto a stare lontano da esercizi tesi a
migliorare la famigerata “forza esplosiva”, come esercizi che mimano il
gesto atletico, ad esempio il jump squat, che l’unica esplosività che possono
creare è fra i vostri dischi intervertebrali! Se l’alta intensità è il
miglior metodo per guadagnare massa e forza, vi resta solo da allenare il gesto
atletico, ma separatamente dal lavoro con i pesi, che ha impiegato
decenni per affinare, analizzare e perfezionare la biomeccanica di ogni
movimento, cercando di eliminare qualsiasi imperfezione, inutile e dannosa, non
solo perché in palestra non si va certo per farsi male, ma anzi la palestra è
anche la tappa obbligata per chi deve riprendersi da un infortunio. Infatti, per
quanto riguarda la riabilitazione, una volta fatta la fisioterapia di primo
livello, improntata sulla mobilizzazione dell’articolazione, ciò che serve è
riacquistare tono nel minor tempo possibile, quindi anche in questo caso non
possiamo prescindere dal medesimo approccio all’allenamento, cercando una
progressione lenta e costante dei carichi e diminuendo il volume man mano che
l’intensità cresce.
Tornando brevemente sull’argomento
riguardante i problemi al rachide, scoliosi, cifosi, lordosi, discopatie etc., è
ormai chiaro che il problema dei problemi, che impedisce una buona qualità della
vita, è il tono muscolare, che deve sopperire alle carenze della parte
scheletrica, ed essendo il lavoro con i pesi, l’attività che più adeguatamente
ci porta su questa strada, dovrebbe diventare, di conseguenza, il primo
consiglio per chi si trova a dover gestire problemi di questo tipo, rifuggendo
dai soliti pregiudizi legati alla palestra, considerando che attività come il
nuoto (la più gettonata negli ambulatori del pianeta), che non permettono una
progressione di intensità, ma solo l’aumento del volume di lavoro e di
conseguenza dello stress, non possono essere la prima scelta, rispetto alla più
titolata fra le attività sportive: “L’allenamento con carichi progressivi
teso all’aumento del tono muscolare” il cui luogo deputato è la temutissima
“sala pesi di una palestra”, che invece risulta ormai chiaro essere il
miglior punto di partenza per migliorare il proprio benessere. |