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La genesi della
scienza medica e dell’allenamento, si basa sull’assioma che tutti gli esseri
umani siano essenzialmente uguali anatomicamente e fisiologicamente. Sebbene
ogni individuo abbia proprie caratteristiche anatomiche e fisiologiche, queste
non alterano l’essenza fisica dell’uomo e non fanno mutare i principi generici
che le governano, quali ad esempio la reazione agli stress. Difatti ad uno
stress indotto come l’allenamento, si reagisce tutti seguendo lo stesso percorso
(Hans Selye docet, con la “sindrome da adattamento generale”): una iniziale
fase di allarme, che è la prima reazione allo stimolo, poi adattamento,
ed infine, se ci si arriva, lo stadio di esaurimento.
L’ adattamento è un’arma che il
corpo mette a punto per ripararsi da attacchi futuri, nel nostro caso, essendo
l’esercizio un attacco, con una normale compensazione dallo sforzo si
sarebbe pronti per ripetere la performance ed il muscolo si disporrebbe a quel
determinato carico di lavoro. Ma il tipo di adattamento che cerchiamo è quello
che identifichiamo con la crescita muscolare, per rendere possibile
l’esecuzione di esercizi con pesi sempre maggiori; l’intenzione quindi diventa
quella di un allenamento progressivo, cioè gradualmente più intenso; ne consegue
che la normale compensazione non può più essere sufficiente, diventa
indispensabile un recupero più lungo, vale a dire la supercompensazione,
che è il fondamento dell’allenamento ad alta intensità.
Basterebbe questo basamento della
scienza dell’allenamento, per capire che ciò che ci propinano le riviste
patinate del body building, è quantomeno ridicolo. Tabelle di grandi campioni
che di “NATURAL” forse mangiano solo il tonno e che hanno dimenticato
(ammesso che lo abbiano mai saputo), cosa significhi armeggiare con i pesi senza
l’ausilio di farmaci, ci fanno trasalire.
Mi chiedo come si faccia ancora oggi
a credere in allenamenti ad alto volume che impongono durate assurde fino
a due ore, e frequenze da arresti domiciliari fino a 5/6 giorni la settimana,
cose del tutto insostenibili senza arrivare alla famosa fase di esaurimento,
nello specifico la sindrome da super allenamento. Una
compensazione da tali irruzioni nelle proprie capacità di recupero è e
rimane una chimera.
Per quanto riguarda l’annosa
questione sulle serie, su quante bisognerebbe farne per esercizio, partendo dal
presupposto che se lo scopo è quello di diventare più forti o quantomeno di
mantenere la propria prestazione (che è l’unica relazione fra stimolo e
adattamento per raggiungere tono e ipertrofia), proviamo ad immaginare
una serie in cui si è migliorata la performance rispetto alla volta precedente,
quale sarebbe lo scopo di farne altre dopo, se abbiamo già innescato meccanismi
di recupero e di adattamento? E quale enorme ostacolo sarebbe eseguirne prima?
Se non semplici serie di riscaldamento e preparatorie (che approfondiremo nel
capitolo su come affrontare le serie), per raggiungere l’unico scopo possibile,
quello di migliorare? Difficile rispondere a tanta logica, soprattutto se tende
a confutare i grandi postulati del 4x8, del 3x12, o del più amato di tutti: “La
serie piramidale”. Tali postulati lasciano intendere che di più è meglio.
Dovrebbero spiegarci perché 4 è meglio di 3, o 5 è meglio di 4, per quale motivo
allora non fare ancora di più? 6/7 serie… o magari 10… 20.
Al contrario, quello che si cerca di
instillare nelle menti fertili di chi vuole capire, e non seguire semplicemente
la massa, non è che di meno è meglio, ma che è meglio il giusto,
che di solito è molto meno di quello che siamo portati a fare.
Risulta molto difficile, per chi si
cimenta per la prima volta nell’allenamento ad alta intensità, capire che non
conta sentirsi provati ed esausti dai primi allenamenti, ma che l’intensità deve
essere crescente nel tempo, e chi si vuole mettere alla prova andando ai limiti
delle proprie possibilità, capirà ben presto perché il più famoso dei metodi si
chiama heavy duty (compito pesante).
Oltre all’essere convinti della
validità scientifica di questa metodologia, ci sentiamo di promuoverla anche per
contrastare il dilagare delle cultura del doping a livello amatoriale, che è una
piaga di proporzioni bibliche, perché diventa il passaggio successivo alla
delusione di tanti sforzi per sentirsi poi solo in continuo superallenamento,
e ricettivi alle proposte del santone di turno, pronto a darvi l’aiutino
giusto. Ci sentiamo di suggerirvi di riconsiderare i canoni estetici legati al
lavoro con i pesi e di prendere coscienza che certi livelli di ipertrofia con
braccia da 43/45 centimetri non sono assolutamente la rappresentazione della
salute, ma tutt’altro, sono solo l’amaro ritratto della stupidità umana,
aberrazioni di chi male interpreta la cultura dell’immagine, rifuggendo dal buon
senso, per dei momenti di gloria da vivere sotto l’ombrellone, ripagati, se si è
fortunati, da problemi di umore, perdita dei capelli, ginecomastia, problemi
alle ghiandole riproduttrici, acne, etc.. che sono niente (si fa per dire),
rispetto a ciò che succede alla lunga, che arriva come un boomerang: problemi
epatici e cardiaci di varia natura e tantissime altre cose che non è il caso di
elencare, anche perché è di benessere che si dovrebbe parlare, quando si vuole
diffondere la cultura dello sport.
Insomma diffidate di questi
personaggi che non hanno bisogno di un approccio scientifico all’allenamento,
anche perché a loro basta addirittura far finta di allenarsi, e che ripeto, non
sanno assolutamente nulla di cosa significhi far ottenere dei risultati in
maniera pulita, sana e giocosa.
Concludendo, vorrei rimandarvi ai
capitoli successivi dove affronteremo tutti gli aspetti dell’ allenamento ad
alta intensità, e parafrasando grandi personaggi come Arthur Jones, Mike
Mentzer, Stuart McRobert, che ci insegnano, alcuni di loro anche attraverso le
loro scelte sbagliate, quanto sia scellerata la scelta del doping: “la corretta
esecuzione e l’aumento dei carichi in una manciata di esercizi, è tutto ciò di
cui tratta il body building”.
Angelo Bazzoni
istruttore di sala pesi |