|
Valutazione
dell’efficienza cardio-respiratoria
P. Agostoni, P. Zeppilli, B. Caru’
Gli
effetti dell’esercizio fisico sul corpo umano sono molteplici ed
interessano in modo complementare sia la sfera psichica sia quella
fisica.Gli effetti, positivi, sono sia a carattere generale sul tono
dell’umore, sia specifici sulla regolazione della respirazione e
della frequenza cardiaca (FC). Essi si realizzano tanto nei soggetti
sani quanto in quelli con malattie cardiorespiratorie.La risposta
del nostro organismo all’esercizio fisico comprende aggiustamenti
respiratori, cardiovascolari, umorali, del sistema nervoso autonomo,
ormonali e muscolari. Essa è funzione della condizione fisica e di
salute del soggetto, del tipo d’esercizio applicato, dello strumento
di valutazione dello stesso (in campo medico gli ergometri più
utilizzati sono il cicloergometro ed il nastro trasportatore o
treadmill) e del protocollo utilizzato.In ambito clinico, esistono
due grandi famiglie di protocolli, a carico costante e a carico
incrementale, i quali consentono di valutare aspetti specifici di
fisiologia clinica dell’esercizio.
Protocolli a
carico costante
Questi protocolli,
con la sola eccezione del test del cammino, hanno rilevanza
scientifica ma poca importanza sul piano clinico. L’informazione più
utile si ottiene all’inizio dell’esercizio ed è in rapporto al tempo
necessario per il raggiungimento della nuova condizione di “steady
state” rispetto al basale, il quale è funzione dell’efficienza
dell’apparato cardiovascolare . Informazioni analoghe possono essere
ottenute studiando la cinetica del consumo d’ossigeno (V . O2 )
nella fase di recupero, anch’essa funzione dello stato di salute
cardiovascolare. Se il carico costante è effettuato sopra la soglia
anaerobica, è anche possibile studiare la differenza in V . O2 tra
6° e 3° minuto dello sforzo.Il test del cammino fa parte dei test a
carico costante e si basa sulla distanza percorsa in un certo lasso
di tempo, che nei pazienti è di solito 6 minuti. Questo test ed
altri similari devono essere condotti senza strenuo incoraggiamento
e, per essere confrontabili tra loro, dovrebbero essere eseguiti
dopo che il paziente si è “familiarizzato” con la prova . Nei
pazienti con scompenso cardiaco, la distanza percorsa in 6 minuti è
un indice prognostico predittivo indipendente dalla classe NYHA e
dalla frazione di eiezione del ventricolo sinistro.
Protocolli a carico
incrementale
I
protocolli a carico incrementale sono quelli più frequentemente
usati per la valutazione clinica e funzionale dei pazienti
nell’ambito del cosiddetto test cardiopolmonare. Essi forniscono
informazioni circa la patologia responsabile della limitazione
funzionale, la capacità funzionale stessa, la prognosi, la
progressione della malattia e della disabilità, il trattamento di
scelta e l’efficacia della terapia. Esistono due tipi di protocolli
a carico incrementale: quelli nei quali il carico di lavoro aumenta
in modo continuo (a rampa) e quelli nei quali l’aumento è
discontinuo (a gradini). I protocolli con incremento continuo
forniscono informazioni su momenti specifici dell’esercizio, quali
la soglia anaerobica o la fine del tamponamento isocapnico (la
cosiddetta seconda soglia) e la cinetica della ventilazione e dei
gas espirati, fra le quali la relazione ventilazione/emissione
d’anidride carbonica (VE/V . CO2) e V . O2/lavoro. I protocolli con
incremento discontinuo sono utili soprattutto quando occorrono
valutazioni specifiche ad un carico determinato, quali la
determinazione della gettata cardiaca (GC), della pressione
polmonare, eccetera. Il parametro più frequentemente utilizzato è il
V . O2 di picco. Nel protocollo a rampa è indispensabile una seduta
di “familiarizzazione”: sono state riportate, infatti, differenze di
V . O2 di picco fino al 25% tra un primo ed un secondo test nello
stesso soggetto. Un altro problema è la personalizzazione
dell’incremento del carico di lavoro. Test troppo brevi (incremento
troppo rapido del carico di lavoro) o troppo lunghi (incremento
troppo lento) influenzano i risultati. La durata ideale di un test a
rampa è di 10 minuti, ma può non essere semplice identificare il
carico di lavoro che permette di raggiungere il picco dell’esercizio
in 10 minuti. Un aspetto importante perché, ad eccezione del V . O2
alla soglia anaerobica e della relazione VE/V . CO2, tutti gli altri
parametri danno risultati diversi secondo la durata del test . Per
questo, quando si utilizza un test massimale a rampa, è opportuno
indicare la durata dello stesso. Da un protocollo a rampa si
ottengono numerosi parametri di valutazione dell’esercizio, la cui
analisi combinata favorisce l’acquisizione di rilevanti informazioni
fisiopatologiche. Qui di seguito riportiamo in forma sintetica le
caratteristiche dei parametri principali.
V . O2 massimale e al
picco dell’esercizio
Il V . O2 massimo o
al picco dell’esercizio è il parametro più noto ottenuto dal test da
sforzo cardiopolmonare. Si definisce V . O2 massimo (V . O2max) il
valore di V . O2 misurato quando, nonostante un ulteriore incremento
di carico di lavoro, il consumo di O2 non aumenta più e rimane
costante. In ambito clinico, diversamente dal soggetto sano e
dall’atleta, il V . O2max è raggiunto raramente. Per questo motivo,
nell’analisi valutativa esso è sostituito dal V . O2 di picco,
definito come il V . O2 più alto raggiunto. È importante ricordare
che il V . O2 è dato da: Gettata cardiaca (GC) × differenza
artero-venosa di O2 [C(a-v)O2) e, siccome nel soggetto sano
l’incremento di C(a-v)O2 ha un andamento lineare con l’aumento del
carico di lavoro, è possibile, conoscendo il V . O2, stimare
l’incremento della GC. La C(av) O2 dipende dalle modificazioni in
contenuto di O2 in arteria sistemica (CaO2) e polmonare (CvO2) che
si sviluppano durante esercizio . Circa 20 anni fa, Weber e Janicki
hanno descritto una classificazione della capacità funzionale dei
pazienti con scompenso cardiaco cronico, tuttora utilizzata, basata
sul V . O2 di picco normalizzato per il peso corporeo. La
classificazione ha avuto il pregio indiscutibile di essere stata la
prima in termini funzionali, ma ha alcuni difetti intrinseci, dovuti
al fatto che non prende in considerazione età, sesso e “fitness” del
soggetto. Inoltre, nonostante la normalizzazione per il peso
corporeo, essa non considera che il V . O2 della massa grassa è
diverso da quello della massa magra. Per questo motivo,
nei soggetti obesi, si ha una sottostima del V . O2 prokg
effettivamente raggiunto. In questi pazienti, conviene abbandonare
la classificazione di Weber e Janicki e ricorrere ad una valutazione
basata sul percento del predetto normalizzato per la massa grassa.
Tuttavia, considerando semplicemente il V . O2 in ml/min/ kg, si può
ritenere che un V . O2 di picco <10 ml/min/kg corrisponda a prognosi
severa e un V . O2 di picco >16 ml/min/kg ad prognosi favorevole. La
valutazione dei pazienti che si collocano tra 10 e 16 ml/min/kg non
può essere affidata solo a questo parametro.
Il V . O2 alla soglia
anaerobica
Il V . O2 alla soglia
anaerobica è un buon predittore della capacità d’esercizio ed è
indipendente dalla durata dello sforzo. Il modo migliore per
calcolare la soglia anaerobica (SA) è quello cosiddetto del V-slope,
nella quale V . CO2 e V . O2 sono messi in correlazione l’uno con
l’altro. Per una valutazione precisa della SA, e soprattutto per non
confonderla con la fine del tamponamento isocapnico (“seconda
soglia”), gli esperti raccomandano di confermare la SA calcolata con
la V-slope con l’analisi degli equivalenti ventilatori per ossigeno
(VE/V . CO2) e quelli per la O2 (VE/V . CO2). La soglia anaerobica
è identificata quando VE/V . O2 aumenta e VE/V . CO2 rimane
costante.
La relazione V .
O2/carico di lavoro
La relazione V . O2/carico di lavoro è utilizzata per la
valutazione della performance cardiovascolare. Una ridotta relazione
V . O2/carico di lavoro documenta una peggiore performance
cardiovascolare perché minore è la quantità d’energia prodotta
anaerobicamente.Il
valore superiore della relazione V . O2/carico di lavoro sembra
essere fisso, perchè gli atleti sono in grado di prolungare
l’esercizio ma non di aumentare la pendenza della relazione V .
O2/carico di lavoro. Questa relazione si appiattisce quando
l’incremento della GC o la sua distribuzione in periferia è
insufficiente. Il valore normale della relazione V . O2/carico di
lavoro è ~10 ml/min/watt.
Polso d’ossigeno,
relazione c V . O2/FC e cardiac power
Il polso d’ossigeno,
vale a dire il rapporto tra V . O2/FC è un indice di performance
cardiaca.Il polso d’ossigeno è dato da: volume sistolico × C(a-v)O2
ed è spesso, erroneamente, usato come surrogato della gettata
sistolica. Il polso d’ossigeno aumenta soprattutto nella prima parte
dell’esercizio ed, in modo minore o addirittura nullo, nella seconda
parte dello stesso.Infatti, nella seconda parte dell’esercizio,
l’aumento della GC è funzione soprattutto dell’aumento della FC. Il
“cardiac power”, calcolato dal prodotto di V . O2 e pressione
arteriosa sistolica, è anch’esso utilizzato come indicatore della
performance del ventricolo sinistro. A questo parametro,
recentemente è stato assegnato un forte potere predittore in caso di
scompenso cardiaco cronico.
Gettata cardiaca
durante esercizio La
GC e le sue variazioni durante esercizio fisico sono indicatori di
severità di malattia e hanno valore prognostico, anche più potenti
del V . O2 di picco.Infatti, la prognosi può essere favorevole, pur
in presenza di ridotto V . O2 di picco, se l’aumento della GC
indotto dall’esercizio è conservato, essendo probabile un
concomitante importante decondizionamento muscolare. L’introduzione
di metodi non invasivi per la misura della GC è una delle novità
diagnostiche più importanti .
Ventilazione, volume
corrente, frequenza ventilatoria, curve flusso-volume e relazione
VE/V . CO2
Durante esercizio si
ha un incremento di ventilazione per l’aumento del volume corrente e
della frequenza respiratoria.L’aumento del volume corrente si
osserva soprattutto nella parte iniziale dell’esercizio, mentre
l’incremento della frequenza respiratoria è presente soprattutto
nella parte finale. Anche in assenza di cardiopatia organica, nei
pazienti con fibrillazione atriale, l’incremento di ventilazione è
leggermente superiore rispetto ai pazienti in ritmo sinusale, come è
documentabile dall’aumento di VE/V . CO2 sia in termini di pendenza
(slope) che di valore assoluto alla soglia anaerobica. Nei pazienti
con scompenso cardiaco, si ha un abnorme aumento della ventilazione
durante esercizio: esso è dovuto ad un aumento della frequenza
respiratoria che compensa, in eccesso, il ridotto incremento del
volume corrente . Numerose sono le cause d’iperventilazione nello
scompenso cardiaco; fra esse, l’alterazione della meccanica toraco/polmonare,
la riduzione della diffusione alveolo-capillare, l’aumento della
necessità di ventilare per incremento sproporzionato della
produzione di CO2, l’aumento dello spazio morto, l’eccessiva
attività dei metaborecettori, dei chemorecettori e dei barorecettori.
Le curve flusso/volume permettono di studiare la meccanica
respiratoria durante esercizio in modo adeguato. Con queste curve è
stato possibile documentare l’esistenza di una limitazione al flusso
espiratorio anche in pazienti con scompenso cardiaco che, per
aumentare la ventilazione durante esercizio, devono, a differenza
del soggetto normale, aumentare, dopo una iniziale fisiologica
riduzione, la capacità funzionale residua. Molti farmaci possono
influenzare la ventilazione: gli ACE-inibitori, ma non gli AT1-
bloccanti, aumentano la diffusione alvelocapillare, probabilmente
attraverso un aumento della bradichinina polmonare. Gli
antialdosteronici migliorano la diffusione alveolocapillare
attraverso una riduzione della fibrosi polmonare (con il trattamento
a lungo termine). I beta-bloccanti riducono l’iperventilazione.
Bibliografia
1.
ATS Board of Directors, March 2002. ATS Statement:
Guidelines for the six-minute walk test. Am J Respir Crit Care Med
2002;166:111-7.
2. Stringer WW, Hansen JE, Wasserman K.
Cardiac
output estimated noninvasively from oxygen uptake
during exercise. J Appl Physiol 1997;82:908-12.
3. Perego GB, Marenzi M, Guazzi M, Sganzerla P,
Assanelli E, Palermo P
et
al.
Contribution of PO2,
P50, and Hb to changes in arteriovenous O2 content
during exercise in heart failure.
J Appl Physiol 1996;80:
623-31.
4. Agostoni PG, Bianchi M, Moraschi A, Palermo P,
Cattadori G, La Gioia R
et
al.
Work rate affects cardiopulmonary
exercise test results in heart failure. Eur J Heart Fail
2005;7:498-504.
5.
Weber KT, Janicki JS. Cardiopulmonary exercise
testing for evaluation of chronic cardiac failure. Am J
Cardiol 1985;55:22A-31A.
6. Agostoni PG, Cattadori G, Apostolo A, Contini M,
Palermo P, Marenzi GC.
Non invasive measurement
of cardiac output durinh exercise by inert gas rebreathing
technique: a new tool for heart failure evaluation.
J Am Coll Cardiol 2005; in press.
7. Wasserman K, Zhang Y, Gitt A, Belardinelli R,
Koike A, Lubarsky L
et
al.
Lung functon and exercise
gas exchange in chronic heart failure.
Circulation
1997;96:2221-7.
8. Agostoni PG, Pellegrino R, Conca C, Rodarte J,
Brusisco V.
Exercise hyperpnea in chronic heart failure:
relation to lung stiffness and exercise flow limitation.
J Appl
Physiol 2002;92:1409-16. |