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L’esercizio
fisico
nel soggetto sano e nel cardiopatico: principi generali
U. Guiducci, L. D’andrea
La qualità di
vita del cardiopatico dipende dalla complessa interazione tra una
componente fisiologica, fondamentale, ed una serie di componenti
psicologiche. La componente fisiologica essenziale è rappresentata
dal livello di residua “efficienza fisica” intesa come capacità di
affrontare gli impegni della vita quotidiana in perfetto equilibrio
psico-fisico, senza spiacevoli sensazioni di fatica e con ampia
riserva di energia. Le componenti psicologiche sono molteplici e
schematicamente rappresentate dai rapporti intrapersonali
(percezione soggettiva della malattia, autostima), dai rapporti
inter-personali (con il coniuge, con i familiari), dai rapporti con
l’ambiente (ritorno all’attività lavorativa, ripresa delle attività
ricreative e sessuali). In campo cardiologico predomina la
valutazione dei parametri fisiologici dell’efficienza fisica, la
quale dipende fondamentalmente da fattori cardiocircolatori
rappresentati dalla endurance cardiocircolatoria, per la cui
conservazione e sviluppo un costante allenamento rappresenta lo
stimolo più appropriato.
Gli aspetti preventivo-riabilitativi della
cardiologia dello sport
La Cardiologia dello Sport è una branca
della Cardiologia con forte vocazione preventiva e riabilitativa.
Per vocazione preventiva intendiamo l’insieme dei problemi connessi
con la valutazione dell’importanza dell’allenamento fisico nella
prevenzione dei disadattamenti metabolici (obesità-sovrappeso,
diabete di tipo II, iperdislipidemia) e delle malattie
cardiovascolari (cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa) che
presentano un’esplosione epidemica nella società ad elevato sviluppo
industriale o del “benessere” e nella cui genesi gioca un ruolo
predominante lo stile di vita che è imposto all’uomo che vive in
tale società. Il suddetto stile di vita è caratterizzato da: 1)
errori alimentari (iperalimentazione totale o settoriale in senso
iperlipidico); 2) continua tensione emozionale con ipertono
adrenergico ed esaltata competitività con tipico pattern
comportamentale; 3) ipocinesia o carenza di movimento ed esercizio
fisico. Nello stile di vita “sedentario” della società
industrializzata si sommano i più noti ed importanti fattori di
rischio coronarico che sono concatenati tra loro in una sequenza più
o meno obbligata, per cui si produce un effetto di sommazione tra
ipocinesia, iperalimentazione, stress psichico . La sport-terapia,
da noi intesa come pratica regolare e dosata di un programma di
allenamento di endurance o aerobico, risulta sempre più importante
quale antidoto della malattia ipocinetica e viene proposta nei
programmi di prevenzione cardiovascolare sulla base di una serie di
ricerche cliniche, epidemiologiche e sperimentali.
La prescrizione
dell’esercizio fisico nel soggetto sano
Esistono dei livelli di
attività che possono e devono essere consigliati e prescritti a
tutta la popolazione considerata sana come misura di prevenzione
primaria e di miglioramento della qualità di vita. Ovviamente il
concetto di soggetto sano si correla con i dati anamnestici e con la
valutazione del rischio cardiovascolare globale. L’effetto positivo
dell’esercizio sulla riduzione del rischio cardiovascolare compare
già per intensità lievi o moderate (3-6 METs), anche se
insufficienti ad indurre fenomeni metabolici e cardiorespiratori di
tipo “allenante” e quindi misurabili. L’attività deve essere di tipo
dinamico e possibilmente con impegno cardiovascolare costante . Attività fisiche di maggiore intensità sono
invece necessarie per ottenere anche un miglioramento delle capacità
prestative attraverso i noti meccanismi di adattamento. L’attività
allenante deve essere di intensità medio-elevata e deve collocarsi
fra 6 e 10 METs . Il passaggio dalle attività di intensità
lievemoderata a quelle di tipo medio-elevata (allenante) deve
avvenire attraverso sedute di allenamento almeno tri-settimanali
utilizzando come parametri di riferimento o la FC (frequenzimetro)
oppure la scala di percezione della fatica di Borg. Dopo 8 settimane
il soggetto dovrebbe aver ottenuto un grado di condizionamento tale
da poter poi passare anche ad altre attività alternative alla corsa.
Si elencano, come riferimento, alcuni esempi di attività fisica
realizzata abitualmente nel nostro Paese nel tempo libero o di
attività sportiva vera e propria con il corrispettivo consumo
energetico espresso in METs . Le attività vanno prescritte con
questi riferimenti: — Frequenza: 3-5 volte alla settimana. —
Intensità: lieve - moderata. — Tempo: 30 minuti al giorno. Se si
vuole ottenere un’azione sul controllo del peso corporeo, possono
essere utilizzate le stesse attività fisiche ma incrementandone la
durata e la frequenza con questi riferimenti: — Frequenza: 5-7 volte
alla settimana. — Intensità: lieve-moderata. — Tempo: 60 minuti al
giorno. Queste attività dinamiche, che sono indicate soprattutto in
persone di età medio-avanzata sedentarie, vanno affiancate ad
esercizi specifici per il mantenimento della flessibilità muscolare
e per il miglioramento della funzione articolare. Vanno eseguiti
tutti i giorni esercizi ginnici a corpo libero che coinvolgano le
principali articolazioni e i principali gruppi muscolari degli arti
e del tronco (20 minuti di esercizi a corpo libero ogni mattina).
Gli esercizi di stretching (o di allungamento) statico o dinamico
praticati con regolarità mantengono la flessibilità muscolare e
preparano al movimento favorendo il passaggio quotidiano
dall’inattività al movimento senza eccessiva fatica. Gli esercizi di
stretching sono molto utili anche in età medio avanzata e in
soggetti sedentari favorendo la coordinazione e facilitando
l’esecuzione dei movimenti.
Attività fisica nel cardiopatico: scelta
dell’attività fisica e caratteristiche dell’allenamento
Quando si
parla di attività fisica nel cardiopatico essa dovrebbe essere
intesa sempre e solo a scopo ricreativo o terapeutico, mai
agonistico. Ciò che è richiesto al cardiopatico, è di svolgere una
certa quantità di lavoro fisico al fine di perseguire ed ottenere,
con il minor rischio possibile, un miglioramento della qualità di
vita. Il primo fondamentale criterio al quale attenersi nelle scelte
è che la quantità dell’attività fisica stessa deve essere
commisurata alle possibilità del paziente di eseguire lavoro
muscolare entro i limiti di sicurezza individuati dall’analisi
clinica e strumentale preliminare. La qualità dell’attività stessa,
invece, deve rispettare determinate caratteristiche, costituite
soprattutto da: —modularità, nel senso che il carico lavorativo
possa cambiare di livello in modo preordinato; —misurabilità, nel
senso che il carico lavorativo possa essere misurato, possibilmente
in modo semplice; — scarsa componente tecnica, nel senso che il
gesto lavorativo non comporti particolari difficoltà di esecuzione
che potrebbero determinare un dispendio energetico “extra”
difficilmente prevedibile e quantificabile. Da questo punto di
vista, le attività fisicosportive ideali sono quelle dinamiche ad
impegno cardiocircolatorio costante ad intensità lieve o moderata
come la marcia, la corsa, il ciclismo, eccetera. Esse possiedono
caratteristiche che le fanno largamente preferire a quelle di
potenza o forza esplosiva. Tradizionalmente, l’esercizio muscolare
di potenza è ritenuto a rischio per il maggior incremento di doppio
prodotto (e del consumo miocardico di O2) determinato dal lavoro
contro resistenza. Negli ultimi anni, tuttavia, esperienze
riabilitative consolidate hanno dimostrato la sicurezza e
l’efficacia del training con circuiti di pesi e macchinari ed hanno
consentito di introdurre nei programmi di allenamento, esercizi di
potenziamento della forza (a carichi pari al 40-50% della massima
contrazione volontaria, in assenza di manovre di Valsalva). Il
razionale di integrare l’esercizio aerobico, che rimane sempre
l’attività di base per il rapporto pressoché lineare tra consumo
miocardico di ossigeno e gittata cardiaca, con esercizi a prevalente
componente muscolare deriva dalla constatazione che la maggior parte
delle attività dell’uomo è caratterizzata da un lavoro muscolare sia
isometrico che isotonico. Nel paziente con cardiopatia la
prescrizione di un programma di allenamento dovrà tenere conto di
tre fattori: — frequenza delle sedute per settimana; — intensità,
cioè l’entità del dispendio energetico assoluto durante le sedute di
allenamento; — tempo, cioè la durata delle sedute. È ormai
ampiamente dimostrato che per ottenere il miglioramento
dell’adattabilità cardiovascolare allo sforzo e della capacità
lavorativa, l’esercizio fisico sportivo deve essere di intensità
corrispondente al 60-75% della capacità aerobica massima (V .
O2picco determinata nel corso della valutazione funzionale
cardiorespiratoria iniziale), che corrisponde ad una frequenza
cardiaca compresa tra il 70% e 85% di quella raggiunta al massimo
dell’esercizio. Da ricordare che con lavori di intensità superiore
all’80% della massima capacità aerobica, il rischio di complicanze
appare superare i benefici. I livelli più
elevati di intensità e durata “sconfinano” in un’attività sportiva
vera e propria propedeutica, in alcuni casi, anche ad attività
agonistica.
Attività del cardiopatico in palestra
Recenti
aggiornamenti in campo riabilitativo cardiologico hanno introdotto,
accanto alla tradizionale e fondamentale attività di resistenza,
anche il lavoro muscolare isotonico (forza/resistenza) che può
essere svolto anche in palestra. Il miglioramento della forza e del
tono muscolare favorisce tra l’altro le funzioni articolari e la
postura, concorrendo al senso di benessere dell’individuo anche in
funzione delle necessità della vita lavorativa e sociale. Pertanto
nei programmi di allenamento del soggetto cardiopatico, la fitness
cardiorespiratoria va affiancata ad una fitness muscolare vera e
propria. Viene superato il concetto di “proscrizione”
dell’attività in palestra per il cardiopatico, in quanto questo
atteggiamento era erroneamente sostenuto dall’identificazione
dell’attività in palestra con quella della pesistica e del bodybuilding veri e propri. I requisiti fondamentali da rispettare
per i soggetti da avviare a queste attività sono caratterizzati da
carichi muscolari non elevati, che prevedono uno sviluppo di forza
sempre inferiore al 40-50% della massima contrazione volontaria (MCV)
con contemporaneo aumento della frequenza cardiaca inferiore al 70%
della massima teorica e di un consumo di O2 tra il 50 e 70% del
O2picco. La metodologia di allenamento della forza muscolare nel
cardiopatico è protesa non a sviluppare ipertrofia e forza veloce,
ma forza resistente: esercizi di bassa intensità caratterizzata da
numerose ripetizioni (>10-12); tempi di recupero tra una serie e
l’altra abbastanza prolungati (1 minuto e 30 secondi – 2 minuti e 30
secondi), verificando che la frequenza cardiaca nel recupero non sia
superiore al 20- 30% rispetto a quella di base in modo tale da
determinare, durante l’attività, modestissimi aumenti delle
resistenze periferiche. Gli esercizi fondamentali in palestra
andranno finalizzati alle varie catene muscolari e devono essere
programmati con serie, ripetizioni e carichi che favoriscano i
fattori energetici come l’ossidazione degli acidi grassi, piuttosto
che allenamento vero e proprio della forza con conseguente
ipertrofia I). Le macchine devono essere fornite di sistemi
facilitanti e dotate di capacità di variazione dei carichi inferiore
a 2,5 kg in modo da garantire una progressione del lavoro.
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