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L’esercizio
fisico e malattie cardiovascolari: aspetti clinici ed
epidemiologici
M.
Vona, S. Giampaoli, R. Belardinelli, R. Carlon
L’impatto sociale ed
economico delle malattie cardiovascolari
Secondo
l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) le malattie
cardiovascolari (MCV) comprendono l’ipertensione arteriosa, la
malattia coronarica, l’ictus, le arteriopatie periferiche, lo
scompenso cardiaco, la cardiopatia reumatica, le cardiopatie
congenite e le cardiomiopatie.Nel loro insieme, esse rappresentano
la prima causa di morbilità e di mortalità nel mondo. È stato
calcolato che ogni anno sono 16,7 i milioni di decessi provocati
dalle MCV: 7,2 milioni dovuti alla malattia coronarica, 5,5 milioni
a quelle cerebrovascolari e circa 4 milioni a quella ipertensiva.
Sempre secondo le fonti dell’OMS, ogni anno nel mondo 20 milioni di
persone sopravvivono ad un evento cardiaco acuto o ad un ictus,
divenendo portatori di cardiopatia o cerebropatia cronica. Appare
del tutto evidente l’impatto economico e sociale (spesa
farmaceutica, ospedaliera e previdenziale), relativo alle cure di
questi pazienti cronici, che la comunità deve sopportare.Inoltre, le
MCV hanno un’elevata incidenza nelle fasce di età pienamente
produttive dal punto di vista lavorativo, come quella tra i 40- 60
anni, con inevitabili ripercussioni economiche individuali,
familiari e sociali. È opportuno ricordare che le MCV 2 hanno la
loro maggiore prevalenza nei contesti socioeconomici più sfavoriti
della società, probabilmente perché più esposti ai fattori di
rischio cardiovascolare.Infatti, un ampio studio epidemiologico
internazionale, l’Interheart 3, ha recentemente dimostrato che
l’insieme di 9 fattori di rischio, tra i quali la sedentarietà e lo
stato socioeconomico, è in grado di spiegare oltre tre quarti del
rischio di infarto miocardico acuto e il 90% del rischio
attribuibile alla popolazione, in tutti i paesi del mondo e in tutte
le etnie. Di conseguenza, caduto il mito delle MCV come patologia
esclusiva dei paesi più industrializzati, esse stanno diventando,
anche nei paesi in via di sviluppo, uno tra i più importanti
problemi sanitari. Per quanto riguarda l’Europa, secondo l’OMS le
MCV sono responsabili del 22% circa della morbilità totale,
contro l’11,5% delle neoplasie .In Italia il carico delle MCV è da
anni uno dei più importanti problemi di sanità pubblica .La
mortalità cardiovascolare rappresenta la principale causa di morte,
rendendo conto del 44% di tutti i decessi, con un contributo
sostanziale della cardiopatia ischemica (28%) e degli accidenti
cerebrovascolari (13%).
I tumori, invece,
rappresentano solo il 28% della mortalità totale.
Bisogna poi
considerare il peso della cronicizzazione della malattia sulla
qualità di vita dei pazienti e sui costi economici e sociali che la
comunità deve sopportare.Giampaoli e collaboratori, rielaborando i
più recenti dati italiani forniti dalle indagini multiscopo
dell’ISTAT sulle famiglie , hanno stimato che la prevalenza di
cittadini affetti da invalidità cardiovascolare è pari al 4,4 per
1000.Non stupisce, quindi, che la causa più frequente di pensione di
invalidità sia rappresentata proprio dalle MCV (31,2%), con una
spesa annua di circa 2,7 miliardi di Euro. Anche l’utilizzo delle
risorse ospedaliere risente delle dimensioni epidemiche delle MCV:
nel 1998 ci sono stati 79.236 ricoveri ospedalieri per angina
pectoris e 88.713 per infarto del miocardio.La spesa farmaceutica è
parimenti dominata dalle dimensioni delle MCV. La relazione sullo
Stato Sanitario del Paese redatta per il 2000 , ha evidenziato come
il 23,5% della spesa farmaceutica italiana è destinata ai farmaci
per il sistema cardiovascolare, i quali rappresentano il 48% del
consumo pro-capite di farmaci.Al fine di contrastare l’impatto
epidemiologico e socio-economico delle MCV, rendendo sostenibili per
la comunità le relative spese, emerge la necessità inderogabile di
sviluppare piani di prevenzione primaria e secondaria su larga scala
ed efficaci interventi terapeutici.
In questo contesto,
l’esercizio fisico si propone come mezzo preventivo e terapeutico
ideale, in quanto fisiologico, efficace, sicuro e a basso costo.
Sedentarietà e
malattie cardiovascolari È ormai ampiamente documentato che la
sedentarietà è responsabile di un aumento significativo di morbilità
e mortalità totale. Da tempo l’OMS considera i soggetti sedentari,
nelle fasce di età media ed anziana, come individui ad elevato
rischio di contrarre malattie degenerative. Secondo le stime dell’OMS,
l’inattività fisica causa annualmente nel mondo 1,9 milioni di
morti. Inoltre, si stima che essa sia causa del 10-16% dei casi di
cancro della mammella, di cancro del colon e di diabete mellito e
del 22% dei casi di cardiopatia ischemica.
È stato stimato che
l’eliminazione di un fattore di rischio come la sedentarietà può
portare ad una riduzione
delle MCV del 15-39%, del 33% di stroke, del 22-33% del
cancro del colon e del 18% di fratture ossee secondarie ad
osteoporosi.
La sedentarietà,
quindi, si sta imponendo come il fattore di rischio principale del
terzo millennio, non solo nei paesi occidentali, ma anche in quelli
in via di sviluppo. Inoltre, con la sempre più larga migrazione
dalle zone rurali a quelle urbane di larghe fasce di popolazione e
la conseguente riduzione del lavoro muscolare, questo fattore di
rischio è destinato ad aumentare progressivamente, potendo
potenzialmente provocare nel prossimo decennio un nuovo aumento
dell’incidenza delle MCV . La ridotta performance fisica conseguente
alla sedentarietà rappresenta uno dei più importanti fattori
predittivi di mortalità nella popolazione generale apparentemente
sana.Infatti, la scarsa tolleranza allo sforzo si associa, sia nei
maschi sia nelle femmine, ad una riduzione della sopravvivenza per
un aumento significativo della mortalità cardiovascolare.I soggetti
anziani, in base a questi dati, sembrerebbero quindi destinati
inevitabilmente ad essere colpiti in modo pesante dalle MCV.
Infatti, è noto che la performance fisica, espressa come massimo
consumo d’ossigeno, si riduce del 7-10% per ogni decade di età .
Tuttavia, recenti evidenze dimostrano che alcune settimane di
allettamento hanno lo stesso effetto di 30 anni di età sulla
tolleranza allo sforzo e che 6 mesi di training sono in grado di far
recuperare la riduzione della performance fisica legata
all’invecchiamento.
Questi dati
dimostrano che la perdita di performance dovuta all’età non è un
fenomeno ineluttabile, ma è in gran parte ascrivibile alla
sedentarietà e che un adeguato regime di esercizio fisico è
potenzialmente in grado di ridurre il rischio cardiovascolare anche
nei soggetti anziani.
Meccanismi biologici
implicati
Non
è noto attraverso quali meccanismi biologici la sedentarietà
eserciti i suddetti effetti deleteri sulla mortalità totale e
cardiovascolare in particolare. È probabile, comunque, che essi
siano il risultato di modificazioni sfavorevoli esercitate
direttamente sull’apparato cardiovascolare e dell’influenza negativa
sui principali fattori di rischio. È stato ampiamente documentato,
infatti, che la sedentarietà espone ad un maggior rischio di
sviluppare ipertensione arteriosa, ad un assetto lipidico aterogeno,
ad un aumento dell’indice di massa corporea e del diabete di tipo II
e si associa ad un peggioramento del tono neurovegetativo. Inoltre,
è stato recentemente dimostrato che alcune settimane d’inattività
fisica sono sufficienti ad alterare in maniera significativa la
funzione endoteliale, la quale sembra rappresenti la conditio sine
qua non nella patogenesi dell’aterosclerosi e l’attività degli
enzimi responsabili dello stress ossidativo . Infine, è noto che i
soggetti sedentari vanno più facilmente incontro ad ansia e
depressione, fattori pesantemente implicati nella patogenesi e nella
prognosi delle MCV .
Incremento
dell’attività
fisica e riduzione delle malattie cardiovascolari
In mancanza di studi
randomizzati e controllati, per le evidenti difficoltà organizzative
che tali studi comportano, la maggior parte dei dati disponibili
sugli effetti favorevoli dell’attività fisica sulle MCV derivano da
studi osservazionali o da trial sperimentali inerenti gli effetti
del training sui fattori di rischio cardiovascolare . Nonostante
ciò, le evidenze attualmente disponibili sono ampiamente
sufficienti, al di là di ogni ragionevole dubbio, ad indicare un
effetto favorevole dell’attività fisica sulla morbilità e mortalità
cardiovascolare.
Prevenzione
primaria
Diversi grandi studi
epidemiologici, per un totale di 25000 soggetti sani al momento
dell’arruolamento, hanno valutato l’effetto sulla mortalità totale e
cardiovascolare di un regime di attività fisica regolare, capace di
migliorare la performance fisica . Questi studi, in un follow-up
massimo di 22 anni, hanno riportato una riduzione della mortalità
totale di circa il 50%, indipendentemente dalla capacità fisica
basale dei soggetti. Inoltre, i soggetti a rischio più elevato, cioè
quelli più sedentari e con più bassa performance basale, erano
quelli che traevano maggior vantaggio, in termini di riduzione di
mortalità, dal regime di training fisico. Infine, gli studi di Blair
e di Erikksen hanno consentito di stabilire in modo definitivo che
era proprio l’incremento dell’attività fisica la causa del
miglioramento della prognosi e non un bias di selezione, legato al
fatto che i soggetti che avevano accettato di seguire un regime di
training erano quelli con le migliori condizioni fisiche e quindi
con miglior prognosi già di base. Tema particolarmente scottante,
soprattutto in prevenzione primaria, è quale sia la giusta dose di
esercizio da consigliare. A questa domanda ha cercato di rispondere
l’Harvard Alumni Healthy Study , che ha coinvolto oltre 12.000
soggetti di media età. Lo studio ha dimostrato che per ottenere una
riduzione di mortalità del 20% è necessaria un’intensità d’esercizio
che porti ad un consumo energetico di circa 4.200 KJoule la
settimana (pari a 30 minuti di esercizio fisico al giorno, per
almeno 4-5 giorni la settimana). Intensità minori non erano invece
sufficienti a garantire miglioramenti significativi della prognosi.
Successivi studi su larga scala hanno permesso di stabilire che
un’attività fisica regolare permette di migliorare la prognosi quod
vitam, anche in presenza di fattori di rischio, quali
l’ipertensione, il sovrappeso, l’ipercolesterolemia ed il diabete .
La massima riduzione del rischio si ottiene con esercizi di
intensità moderata, pari a 3-5 ore di marcia rapida, a 2-3 ore di
jogging o 1- 2 ore di corsa alla settimana. Anche fra le donne, le
più restie a svolgere un’attività fisica regolare già
dall’adolescenza, l’attività fisica ha mostrato indiscutibili e
importanti benefici sulla riduzione degli eventi cardiovascolari .
Recenti conferme provengono dallo studio Framingham : una vita
fisicamente attiva nell’età adulta non solo previene le MCV,
indipendentemente dalla presenza di altri fattori di rischio, ma
incrementa in modo significativo l’aspettativa di vita libera da
eventi cardiovascolari sia negli uomini sia nelle donne. In questo
studio, i benefici in termini di mortalità totale si osservavano già
per livelli moderati di attività fisica e raddoppiavano per livelli
di attività fisica più intensa. Infine, svolgere attività fisica di
intensità lieve-moderata ha mostrato indubbi benefici anche nei
soggetti anziani 40, indicando la necessità di un programma di
salute pubblica che incoraggi l’esercizio fisico in questa fascia
d’età sempre più prevalente nella nostra popolazione.
Prevenzione
secondaria
Nella letteratura
internazionale vi è una sostanziale mancanza di trial di grandi
dimensioni sui benefici cardiovascolari dell’attività fisica in
prevenzione secondaria. I dati disponibili, infatti, derivano da
studi di piccole dimensioni, nei quali importanti categorie di
pazienti, come le donne e gli anziani, sono spesso poco
rappresentati. Malgrado questi limiti, sono disponibili una serie di
metanalisi riguardanti i pazienti sottoposti a programmi di
riabilitazione cardiologica, che hanno fornito risultati molto
interessanti . La metanalisi più recente 43 ha analizzato i dati
della Cochrane Library, relativi ad oltre 5.000 studi ed è
senz’altro la più completa ed esaustiva. Dopo l’esclusione dei trial
ritenuti non idonei, sono stati analizzati 48 studi (per un totale
di 8.490 pazienti), effettuando una suddivisione a seconda che
l’intervento fosse basato solamente sull’esercizio fisico o se fosse
di tipo onnicomprensivo (esercizio più correzione degli altri
fattori di rischio). I risultati della metanalisi hanno dimostrato
una riduzione di circa il 20% della mortalità totale e del 26% di
quella cardiovascolare nei pazienti sottoposti a training rispetto
al gruppo di controllo, senza differenze significative tra i
programmi basati sul solo esercizio fisico e quelli a carattere
onnicomprensivo. Questa metanalisi conferma i risultati di quelle
precedenti e indicano una significativa riduzione della mortalità
globale e cardiaca nei pazienti con cardiopatia ischemica che
partecipano a programmi di riabilitazione basati sull’esercizio
fisico. Lo studio ETICA (Exercise Training Intervention after
Coronary Angioplasty) ha dimostrato, anche nei pazienti sottoposti
ad angioplastica coronarica, che 6 mesi di esercizio aerobico per 3
ore alla settimana sono capaci di ridurre significativamente gli
eventi cardiovascolari. Inoltre, nei pazienti con angina stabile, il
training fisico si è dimostrato più efficace della stessa
angioplastica nel ridurre il numero di eventi cardiovascolari
durante il follow-up. Infine, nei pazienti con precedente infarto
miocardico e/o disfunzione ventricolare sinistra, il training
determina effetti benefici sul processo di rimodellamento .
Molteplici sono poi le evidenze di quanto l’esercizio fisico, nei
pazienti con scompenso cardiaco, possa migliorare la qualità di vita
e la tolleranza allo sforzo, riducendo il numero degli eventi
cardiovascolari . L’attività fisica, infine, è sicuramente il mezzo
più efficace per migliorare i sintomi e rallentare la progressione
della malattia nei pazienti con arteriopatia obliterante agli arti
inferiori .
Rapporto
costo/beneficio dell’esercizio fisico nella prevenzione delle
malattie cardiovascolari
Nei soggetti
sedentari il rischio di malattia coronarica è 1,9 maggiore rispetto
ai soggetti fisicamente allenati e i costi sanitari drasticamente
maggiori. Inoltre, è stato calcolato che la sedentarietà è
responsabile di circa 250.000 morti premature ogni anno, che si
traducono in costi pari a 1.000 miliardi di dollari statunitensi (US$)
(Tabella I). È stato calcolato che se il 10% dei soggetti adulti
sedentari di età compresa tra 35 e 74 anni, di entrambi i sessi,
iniziassero a camminare per almeno un’ora tutti i giorni, i costi
annuali della spesa sanitaria per la malattia coronarica si
ridurrebbero di 5,6 miliardi di US$ .
Prevenzione primaria
Gli studi di economia
sanitaria sul rapporto costo/efficacia (C/E) dei programmi di
attività fisica in prevenzione primaria sono piuttosto scarsi.
Infatti, si contano solo sette studi pubblicati, di cui soltanto uno
randomizzato e prospettico. Lo studio ACTIVE ha valutato il rapporto
C/E di un programma di training fisico, rispetto ad un programma
basato sul counseling, in un gruppo di 235 soggetti sedentari sani
di media età 54. Nei primi 12 mesi il costo del training è risultato
maggiore rispetto al counseling: 190,24 US $ e 46,53 US $ per
soggetto per mese, rispettivamente. A 24 mesi, i costi si sono
ridotti in entrambi i gruppi: 49,31 US $ e 17,15 US $ per soggetto
per mese, rispettivamente. Il rapporto C/E per anno di vita salvato
nel gruppo sottoposto a training è stato di circa il 50% superiore
rispetto a quello dei soggetti sottoposti a counseling.
L’intervento sullo
stile di vita, quindi, è risultato più remunerativo, in termini
di rapporto C/E, rispetto al training fisico. Il programma di
training fisico, tuttavia, è risultato più efficace nell’aumentare
la pratica di attività fisica intensa ed il massimo consumo
d’ossigeno e nel ridurre la frequenza cardiaca sottomassimale ed il
tempo trascorso in poltrona.
In un altro studio è
stato analizzato il rapporto C/E dell’esercizio fisico in un gruppo
di 2000 uomini di giovane età seguiti per 30 anni 55. Un gruppo di
soggetti è stato sottoposto ad attività fisica regolare con un
dispendio energetico di almeno 2.000 Kcal/settimana, mentre un
gruppo omogeneo di soggetti sedentari è stato utilizzato come gruppo
di controllo.
Il programma di
esercizio fisico ha migliorato significativamente il rapporto C/E
nel prevenire la malattia coronarica rispetto al gruppo di
controllo. Considerando il numero di eventi coronarici,
l’aspettativa di vita e la qualità di vita in un periodo di 30 anni,
nel gruppo che effettuava esercizio, gli autori hanno stimato 78
eventi coronarici in meno ed un guadagno di 1.138,3 anni aggiustati
per la qualità di vita. Nei soggetti di età avanzata l’attività
fisica programmata sembra confermare i risultati già dimostrati nei
soggetti più giovani. In uno studio su 10.000 soggetti di età
maggiore di 65 anni, è stato valutato il rapporto C/E di un
programma di training fisico bisettimanale, effettuato per 12 mesi
in palestra sotto la direzione di istruttori esperti 56. Il
programma è risultato efficace nel ridurre il numero di ricoveri in
ospedale, la mortalità coronarica e la mortalità per ictus, diabete
e fratture del femore.
Il programma ha avuto
un costo di 854.700 sterline (£) per anno ed è stato in grado di
prevenire 76 morti e 230 eventi avversi, con un risparmio annuo di
601.000 £ complessivamente, di 173.500 £ per malattia coronarica, di
169.200 £ per ictus e 126.500 £ per frattura di femore. Prevenzione
secondaria I pochi studi di economia sanitaria pubblicati nei
cardiopatici sottoposti a training fisico sono concordi nel
dimostrare una riduzione della spesa sanitaria a fronte di una
riduzione dei ricoveri ospedalieri e di una serie di adattamenti e
benefìci clinici.
Nel 1991, uno studio
randomizzato ha riportato, in un programma di cardiologia
riabilitativa della durata di 8 settimane in pazienti con
cardiopatia ischemica post-infartuale, un rapporto C/E di 21.800 US$
per anno di vita salvato 57. In altri studi non randomizzati il
rapporto C/E della riabilitazione cardiologica variava tra 900 US$
per un programma basato sul counseling, a 4.950 US$ per un programma
basato sul training fisico . In uno studio recente il costo di un
programma supervisionato in palestra è stato di 605 US$ per paziente
per anno, per il primo anno e di 367 US$ per ogni anno successivo.
Un programma non supervisionato domiciliare presentava costi
nettamente inferiori, pari a 311 US$ e 73 US$, rispettivamente. Il
programma supervisionato aveva un rapporto C/E, per anno di vita
salvato, lievemente superiore rispetto a quello non supervisionato
(15.000 e 12.000 US$, rispet-tivamente). Sia il programma
supervisionato che quello non supervisionato avevano un rapporto C/E
maggiore nei soggetti senza malattia coronarica (43.000 e 12.000 US$,
rispettivamente). Tali risultati sono stati confermati in una
metanalisi nella quale sono stati analizzati gli studi inerenti i
pazienti sottoposti a riabilitazione cardiologica dopo infarto
miocardico. Il trattamento riabilitativo comprendeva non soltanto il
training fisico, ma anche l’intervento nutrizionale e il supporto
psicologico. I risultati indicano un rapporto C/E migliore rispetto
a quello del training fisico isolato.
Esiste soltanto uno
studio randomizzato sul rapporto C/E nei pazienti con scompenso
cardiaco cronico . Si tratta di pazienti con cardiomiopatia
ischemica o con cardiopatia dilatativa idiopatica che sono stati
sottoposti ad un programma di training fisico supervisionato in due
fasi: 3 volte alla settimana per 8 settimane in ospedale e 2 volte
alla settimana per 12 mesi a domicilio, con controlli periodici in
ambiente ospedaliero. Il rapporto C/E per anno di vita salvato è
stato di 3.227 US$, nella prima fase, mentre è sceso a 1.773 US$
nella seconda.
Conclusioni
L’intervento
riabilitativo plurifattoriale ha dimostrato un rapporto C/E più
favorevole del training fisico isolato, sia in prevenzione primaria
sia in prevenzione secondaria.
Il training fisico,
comunque, considerando che il bypass aorto coronarico presenta un
rapporto C/E medio di 27.000 US$ per anno di vita salvato e che tale
valore è preso come limite per considerare un trattamento “cost/
effective”, risulta un mezzo preventivo/terapeutico con un rapporto
C/E favorevole, tale da giustificare il suo utilizzo nella pratica
clinica. Il rapporto C/E dell’esercizio fisico, infatti, risulta
confrontabile a quello di altri interventi comunemente utilizzati in
ambito cardiologico, quali la fibrinolisi per via endovenosa, la
terapia antiipertensiva e la terapia con farmaci
ipocolesterolemizzanti .
Prevalenza della
sedentarietà nella popolazione Dai dati OMS 1, dallo Studio Monica 2
e dall’indagine multiscopo sulle famiglie dell’ISTAT , si ricavano
dati riguardanti la prevalenza della sedentarietà nella popolazione
generale del nostro paese ed in Europa. Nonostante sia patrimonio
comune il fatto che una vita fisicamente attiva corrisponda ad un
miglior stato di benessere, da tali fonti emerge un quadro piuttosto
preoccupante. Nei paesi europei l’inattività fisica è il secondo
fattore di rischio dopo il tabacco ed il 30% della popolazione è
completamente sedentario.
Nel 2000, in Italia,
i soggetti sedentari erano oltre 21 milioni e 400 mila, pari al
38,4% della popolazione. Un altro 31,2% di soggetti, pur non
praticando uno sport vero e proprio, ha dichiarato di praticare una
qualche attività fisica come fare passeggiate di almeno 2 km,
nuotare, andare in bicicletta o altro. Tuttavia, quasi la metà di
questi svolgeva un’attività del tutto insoddisfacente, con una
frequenza di pratica molto scarsa, il che fa salire la percentuale
dei soggetti sedentari o con attività fisica insufficiente a ben
oltre il 50% della popolazione. Il fenomeno è particolarmente
evidente nel Sud e nelle Isole, interessando quasi tre soggetti su
quattro.
Questi dati sono in
accordo con quelli dell’OMS 10, che stima in circa il 60% i soggetti
che non effettuano almeno 30 minuti di attività fisica moderata al
giorno e con quelli statunitensi del Centers for Disease Control and
Prevention, che riporta una percentuale del 54%.
Anche nei pazienti
cardiopatici, a prescindere di quale sia l’origine della
cardiopatia, la sedentarietà è prevalente. Inoltre, nei pazienti
sottoposti a cicli di riabilitazione fisica in ambiente ospedaliero
dopo un evento cardiovascolare, l’adesione al training nei mesi
successivi è alquanto scarsa.
Infatti, la
percentuale di soggetti che mantengono una sufficiente attività
fisica risulta elevata nei mesi successivi al programma
riabilitativo, essendo superiore all’80% a 3 mesi e al 60- 70% a 6
mesi, ma si riduce progressivamente al 45-60% ad 1 anno e
addirittura al 30- 50% a 2-5 anni 64. Sono pertanto necessari, anche
in questa fascia di popolazione, un sistematico incoraggiamento e un
sostegno per mantenere l’abitudine ad una attività fisica regolare.
Barriere
all’implementazione dell’attività fisica Le ragioni per questa
scarsa adesione ad un regime di attività fisica sono molteplici.
Sempre dall’indagine multiscopo sulle famiglie dell’ISTAT , le
motivazioni principali per cui non si pratica attività fisica sono
risultate la mancanza di tempo (40,6%), la mancanza d’interesse
(29,7%), l’età (24,7%), la stanchezza o pigrizia (13,5%) e i motivi
di salute (13,2%). Meno importanti sono state altre motivazioni
addotte, quali i motivi economici (5,3%) o la carenza di impianti
sportivi (4%). Esistono comunque delle differenze tra i due sessi,
nelle varie classi di età, nel grado di istruzione e nell’attività
lavorativa, oltre a differenze di tipo regionale.
La mancanza di tempo
costituisce, infatti, un fattore limitante soprattutto tra gli
occupati (73,3%) e, in particolare, tra i
dirigenti-imprenditori-liberi professionisti (79,6%), mentre tra le
persone in cerca di prima o di nuova occupazione prevale la mancanza
d’interesse (45% circa) ed i motivi economici (circa il 20%).
Anche nei pazienti
cardiopatici esistono barriere all’implementazione di un programma
di esercizio fisico.
Il recente censimento
del Gruppo Italiano di Cardiologia Riabilitativa e Preventiva 65, ha
evidenziato che in Italia solo una minoranza dei pazienti viene
sottoposta ad un programma riabilitativo dopo un infarto miocardico
e/o procedure interventistiche.Pur essendo molteplici le motivazioni
che impediscono lo sviluppo della riabilitazione cardiologica,
appare prioritario intervenire sulla formazione del futuro medico e
cardiologo, inserendo nel programma universitario e nei corsi di
specializzazione lo studio della prevenzione primaria e secondaria e
l’applicazione clinica della terapia fisica.
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