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L’esercizio
fisico nel paziente con cardiopatia ischemica
F. Fattirolli, U. Guiducci, M. Penco
Nelle Linee Guida sulla prevenzione e riabilitazione
cardiovascolare, la cardiopatia ischemica rappresenta di gran lunga
la condizione in cui con maggiore frequenza vengono raccomandati
programmi di esercizio fisico .Nella cardiopatia ischemica
post-acuta la prescrizione medica dell’esercizio viene effettuata
dopo la valutazione funzionale e deve svolgersi per un limitato
periodo di tempo in un setting riabilitativo dove, per esperienza e
competenze professionali, la ripresa dell’attività fisica può essere
graduata e quantificata in condizioni di sicurezza.Nella patologia
cronica, invece, l’esercizio può essere effettuato, dopo accurata
valutazione, in maniera autonoma o con differenti gradi di
supervisione e mantenimento il più a lungo possibile.Nei
coronaropatici un esercizio fisico adeguato incrementa la capacità
funzionale, migliora lo stato di benessere e la qualità della vita,
riduce i sintomi della malattia (ad esempio innalzando la soglia di
angina o di dispnea), contribuisce alla modifica dello stile di vita
e alla riduzione dei fattori di rischio (attraverso gli effetti
diretti sui lipidi, il diabete, l’ipertensione ed il sovrappeso),
può limitare la progressione della malattia aterosclerotica. Nella
trattazione che segue vengono esposte le principali caratteristiche
che deve possedere un programma di esercizio nel cardiopatico
ischemico post-acuto e cronico e le raccomandazioni inerenti la
prescrizione dell’esercizio stesso. L’esercizio fisico nella
cardiopatia ischemica post-acuta L’esercizio fisico nel paziente
stabilizzato dopo un evento cardiovascolare l’esercizio fisico fa
parte, insieme alle componenti psicologica, educativa e preventiva,
dell’intervento terapeutico della riabilitazione.
Riabilitazione
cardiologica e prevenzione secondaria sono due momenti integrati
ed indissolubili, che si realizzano attraverso l’applicazione di una
serie di interventi (assessment globale, ottimizzazione della
terapia farmacologia, intervento nutrizionale, trattamento dei
fattori di rischio) che comprendono l’esercizio terapeutico e la
prescrizione dell’attività fisica da proseguire a tempo
indeterminato .Molti studi su pazienti con diverso profilo di
rischio hanno dimostrato l’efficacia dei programmi di training
fisico sugli obiettivi a breve termine, qiali l’incremento della
tolleranza allo sforzo ed il controllo dei sintomi.La dimostrazione
dei benefici ottenibili a medio termine su endpoint “hard”, invece,
deriva da metanalisi eseguite su trials clinici randomizzati: è
stata infatti dimostrata una riduzione della mortalità globale e
della mortalità cardiaca nei pazienti con cardiopatia ischemica
sottoposti a training fisico rispetto a quelli trattati con la cura
tradizionale . Dopo un training fisico di 3-6 mesi, la maggior parte
degli studi riportano un incremento significativo della capacità
funzionale, una riduzione della frequenza cardiaca (FC) e della
pressione arteriosa, un innalzamento della soglia ischemica e un
incremento del picco di consumo di ossigeno (V . O2picco) tra l’11 e
il 66%.È stata anche documentata una riduzione dell’ischemia da
sforzo (in termini di alterazioni ECGrafiche o di difetti
reversibili di perfusione alla scintigrafia miocardica) ed anche la
tendenza ad una regressione della gravità delle lesioni
coronariche.Nelle strutture riabilitative degenziali, che accolgono
sempre più precocemente i pazienti dopo l’evento indice,
l’intervento è in prevalenza finalizzato alla stabilizzazione
clinica, all’ottimizzazione della terapia, alla valutazione
funzionale ed alla ripresa di una moderata attività motoria. In
ambito ambulatoriale il programma terapeutico include l’avvio del
training fisico, con differente modalità e durata in funzione degli
obiettivi terapeutici da perseguire.Poiché i criteri basilari nella
pianificazione del training sono l’efficacia e la sicurezza, sono
state proposte varie modalità di classificazione del “rischio” per
la prescrizione dell’esercizio, derivate dalla valutazione
funzionale.
Organizzazione del
programma di training fisico
Sono efficaci i
programmi di attività fisica che, attraverso l’applicazione di
attività con intensità, durata e modalità adeguate, fanno ottenere
benefici dal punto di vista cardiovascolare e funzionale. Sono
sicuri i programmi che non producono complicanze, né a breve né a
lungo termine, per i quali sono ben definiti i limiti di sicurezza
ed i criteri di sorveglianza.
INTENSITÀ
Un esercizio anche
se di moderata intensità , ma condotto con continuità e regolarità,
è in grado di produrre effetti significativi, se adattato alle
condizioni cliniche, agli specifici bisogni, agli obiettivi
terapeutici, alle capacità ed alle preferenze dei singoli pazienti.
Recenti studi hanno valutato l’effetto di differenti intensità
dimostrando che solo un esercizio fisico aerobico moderato, al 50%
del V . O2picco, aumenta la vasodilatazione endotelio- dipendente
attraverso l’aumento della produzione dell’ossido nitrico, mentre
l’esercizio molto intenso, superiore all’80% del V . O2picco, porta
ad un aumento dello stress ossidativo.Pertanto, l’intensità ottimale
dell’esercizio fisico non deve essere basata su valori assoluti, ma
riferita alle capacità fisiche e funzionali del soggetto,
analogamente ad un farmaco, di cui è necessario conoscere
indicazioni, controindicazioni, meccanismo di azione, eventuali
interazioni ed effetti indesiderati. Infine, l’attività fisica deve
avere una “dose” e una “frequenza” soglia per attivare i meccanismi
biologici protettivi. L’intensità dell’esercizio può essere misurata
direttamente in termini strettamente meccanici (Kgm/min; Watt/min;
Joules/min) o indirettamente, utilizzando le unità di misura del
consumo energetico, come le calorie (Kcal) o il MET (1 MET equivale
a 3.5 ml O2/min per Kg di peso), oppure con le correlazioni con
parametri fisiologici quali la FC e il V . O2picco. Il metodo più
usato, per semplicità e praticità, è quello basato sulla FC. Dopo
aver determinato al test ergometrico la FC massimale del soggetto,
si stabilisce come FC ottimale quella equivalente al 70-85% di tale
valore, oppure quella che risulta dalla somma della FC a riposo più
il 50-80% della differenza fra la FC massimale e quella a riposo.
Quando è possibile o indicato misurare il V . O2, si individua la FC
corrispondente al 50- 70% del V . O2picco, oppure si misura la FC
alla soglia anaerobia, assumendo come valore di riferimento tale
frequenza meno 10 battiti. Il carico di lavoro che consente il
mantenimento della FC entro i valori percentuali sopradetti è il
carico di allenamento, l’intervallo di FC di riferimento è la FC di
allenamento (o Target Heart Rate, THR) i cui metodi di calcolo sono
riportati nella Tabella III. Mantenere la THR nel range previsto
consente di ottenere il massimo effetto positivo in condizioni di
sicurezza e di ritardare la comparsa della fatica. Infatti, per
intensità di lavoro superiori alla THR, aumenta in maniera sensibile
il rischio di complicanze cardiovascolari legate all’aumentata
richiesta miocardica di O2. Talvolta può essere utile o necessario
calcolare il carico ideale di lavoro in METs, utilizzando apposite
tavole e determinando il tipo di esercizio corrispondente a tale
dispendio energetico. Sono più recenti 11 i dati sull’efficacia e la
sicurezza di esercizi finalizzati ad incrementare la forza muscolare
nei pazienti a basso rischio sottoposti ad un programma di
allenamento di moderata intensità con pesi leggeri, mentre sono
ancora limitate le esperienze nei pazienti ad alto rischio. Questo
tipo di training deve essere svolto solo in strutture specializzate
e condotto da personale esperto..
DURATA DELLE SEDUTE
DI TRAINING
La durata delle
sedute può oscillare dai 5 ai 60 minuti, è determinata
individualmente ed è inversamente proporzionale all’intensità dello
sforzo. All’inizio del programma si comincia con sedute più brevi,
che vengono aumentate progressivamente. Per attivare le vie
metaboliche ed energetiche l’ambito ottimale di durata per singola
seduta è compreso, lavorando con intensità intorno al 70-80% della
FC massimale, tra i 20 ed i 30 minuti. Una ulteriore modalità per
individuare il rapporto tra intensità e durata dell’esercizio è
quella di calcolare la spesa energetica, che dovrebbe realizzare un
totale di 250-300 Kcal per sessione, pari a circa 1000-1500 Kcal a
settimana.
FREQUENZA
Nelle prime fasi è
necessario un graduale aumento dei carichi di lavoro per controllare
più accuratamente la risposta cardiovascolare. La risposta
emodinamica rilevata ai test da sforzo abitualmente effettuati nei
laboratori di ergometria (test al cicloergometro con incrementi di
25 watt ogni 2 o 3 minuti, test al treadmill con protocollo di Bruce
standard o modificato) non sempre ha una relazione lineare con il
comportamento emodinamico che si realizza durante la seduta di
training. Per questo, si raccomanda di iniziare il programma con
carichi lievi a frequenza quotidiana, con costante sorveglianza
della FC e della PA, per graduare con sicurezza sia l’intensità che
la durata della sessione di esercizio. Successivamente sono
sufficienti sedute tri-settimanali. Se il training viene interrotto,
si ha una riduzione della capacità di lavoro del 50% nell’arco di
quattro o cinque settimane.
PROGRESSIONE E DURATA
DEL PROGRAMMA
Il programma di
esercizio fisico viene adattato continuamente alla risposta allo
sforzo del soggetto, che varia in relazione al grado di allenamento
acquisito ed alla maggiore confidenza con le modalità di esecuzione
dell’esercizio stesso. Un metodo per valutare la progressione dello
sforzo è basato sull’utilizzazione della scala di percezione
soggettiva dell’intensità dello sforzo di Borg . Il livello di
fatica percepito (RPE) corrisponde in modo soddisfacente alle
misurazioni oggettive del carico, del V . O2 e della FC. La
valutazione della percezione soggettiva dello sforzo è
particolarmente necessaria nei pazienti più compromessi (quali i
soggetti con severa disfunzione sistolica, pluripatologia, in età
molto avanzata o dopo prolungato allettamento), in quanto in essi la
personalizzazione del programma di training è molto più delicata e
la progressione dell’esercizio richiede un metodo di valutazione
standardizzato e facilmente riproducibile . La durata del programma
condotto in ambiente riabilitativo dipende da aspetti sia
organizzativi che clinici: considerando l’esercizio un trattamento
terapeutico, la durata del trattamento deve protrarsi per il tempo
necessario ad ottenere la modificazione, o il mantenimento, di una o
più condizioni funzionali .
SICUREZZA E MODALITÀ
DI CONTROLLO
L’avvio del
programma è riservato a pazienti in fase di stabilità che non
presentano situazioni cardiache o patologie associate tali da
determinare controindicazioni assolute o relative all’attività
fisica. La sicurezza del training nella fase post-acuta della
cardiopatia ischemica è riferibile a casistiche degli anni ‘90, che
riportano mediamente 5 eventi maggiori, nessuno fatale, su circa
290.000 ore di esercizio/ paziente. Questi dati derivano da analisi
retrospettive, non estendibili alla situazione attuale per la
diversità nella selezione dei pazienti. Ciò rende scarsamente
indicativa e verosimilmente sovrastimata l’incidenza delle
complicanze. Nella pratica attuale, per i pazienti con cardiopatia
ischemica la necessità di sorveglianza ECGrafica viene stabilita
sulla base della stratificazione del rischio, che prevede il
monitoraggio permanente per i soggetti ad “alto rischio” ed un
monitoraggio solo nelle sedute iniziali per i soggetti a “basso
rischio”. Le limitate esperienze che hanno analizzato l’incidenza di
eventi in funzione di questa classificazione, hanno tuttavia fatto
osservare che le complicanze sono assai rare, che non differiscono
nelle diverse categorie di rischio, e sono rappresentate solo da
eventi “minori” (angina, sottoslivellamento ST, aritmie non
sostenute).
HOME REHABILITATION
La riabilitazione
domiciliare è stata proposta come alternativa alla riabilitazione
ospedaliera, allo scopo di allargare il numero dei pazienti
riabilitati e di ridurre la spesa sanitaria. Questo modello
organizzativo può aumentare l’accesso alla riabilitazione,
particolarmente per i pazienti con problemi logistici. Nata
inizialmente come modello di “mantenimento”, o fase III, è stata
successivamente applicata per la fase “intensiva” della
riabilitazione di pazienti a basso rischio, anche di età avanzata,
talora con l’integrazione di interventi periodici di counseling e di
educazione sanitaria . Una condizione essenziale per
l’applicazione dei programmi domiciliari è in primo luogo la
sicurezza. Per questo motivo i programmi di attività fisica
domiciliare prevedono protocolli con esercizi a bassa intensità di
lavoro che utilizzano l’autocontrollo della FC e, in alcune
esperienze, l’utilizzo di tecnologie di telemedicina (trasmissione
ECG con cardiotelefono ad un centro di riferimento). In studi
randomizzati e controllati non sono state riportate significative
complicanze cardiovascolari durante esercizio fisico domiciliare,
documentando incrementi della capacità funzionale paragonabili a
quelli ottenuti da gruppi supervisionati. L’aderenza al programma
domiciliare è maggiore nei pazienti con esperienza di training
svolto precedentemente in strutture riabilitative e in presenza di
un supporto familiare o altro tipo di rinforzo sociale. Al
contrario, l’aderenza è risultata minore nei forti fumatori, negli
obesi e nei pazienti con una scarsa percezione del proprio stato di
salute, cioè proprio nei soggetti per i quali l’intervento
riabilitativo è particolarmente necessario. I limiti della
riabilitazione domiciliare consistono principalmente nella mancanza
del progetto riabilitativo globale, il quale include l’intervento
psico-comportamentale ed educativo, finalizzato ad indurre
modificazioni delle abitudini di vita. L’home riabilitation
rappresenta comunque una valida alternativa al training ospedaliero,
a condizione che la prescrizione dell’attività fisica sia preceduta
da un adeguato programma di istruzione ed educazione
all’autogestione. Training fisico in specifiche categorie di
pazienti La prescrizione dei protocolli standard di attività fisica
è destinata a pazienti con cardiopatia ischemica post-acuta non
complicati. La ripresa dell’attività motoria ed il miglioramento
della tolleranza allo sforzo sono tuttavia rilevanti anche e
particolarmente, in presenza di patologia severa o condizione
funzionale più compromessa. Nei paragrafi successivi vengono
illustrati in dettaglio i presupposti e le indicazioni all’esercizio
fisico in alcune condizioni cliniche che rendono necessari una
maggiore personalizzazione e specifici adattamenti del programma
ISCHEMIA MIOCARDICA
DA SFORZO
I pazienti in fase di
stabilità, per i quali è stata posta indicazione al trattamento
medico, trovano indicazione al training fisico allo scopo di
migliorare la soglia ischemica. Questa è una condizione che si
presenta sempre più frequentemente per esiti di una
rivascolarizzazione meccanica o chirurgica incompleta, o nei
soggetti non candidabili alla rivascolarizzazione. L’esercizio ha
dimostrato la possibilità di indurre il “precondizionamento
ischemico”, processo attraverso il quale l’ischemia miocardica
transitoria durante sforzo incrementa la tolleranza del tessuto
miocardico a successivi e prolungati episodi ischemici, con
riduzione del rischio di danno cellulare e di aritmie ventricolari.
Non sono numerosi i trial randomizzati che hanno valutato l’effetto
dell’allenamento sulla modificazione della soglia ischemica da
sforzo o sulle variazioni della perfusione miocardica. Tuttavia, è
concordemente riconosciuta l’indicazione al training, che deve
essere eseguito con monitoraggio continuo dell’ECG e controlli
ripetuti della pressione arteriosa.
DISFUNZIONE
VENTRICOLARE SINISTRA POSTINFARTUALE
Nei pazienti con
infarto miocardico e funzione ventricolare sinistra depressa, le
conseguenze indotte dall’esercizio sulle dimensioni ventricolari e
sul processo di rimodellamento sono controverse. I principali trial
condotti fino ad oggi, infatti, hanno riportato risultati
contrastanti . Sulla base delle conoscenze attuali, si può
porre indicazione all’esercizio nei pazienti con infarto miocardico
e disfunzione sistolica solo in ambito riabilitativo e con intensità
dell’esercizio al 50-70% della FC massimale.
RIVASCOLARIZZAZIONE
CHIRURGICA
Quasi due terzi dei
pazienti ammessi nelle strutture riabilitative cardiologiche europee
provengono dai reparti di cardiochirurgia. Tuttavia, soltanto pochi
studi hanno valutato l’efficacia della riabilitazione dopo
intervento cardiochirurgico separatamente da soggetti con altre
diagnosi . Il programma di training fisico, una volta superate le
eventuali complicanze legate all’intervento, può procedere secondo i
protocolli standard descritti per il paziente ischemico non
chirurgico. Nelle prime settimane, devono essere mantenute
precauzioni relative alla frequente presenza di anemia, che
condiziona la tolleranza allo sforzo ed agli esiti della sternotomia,
la cui saldatura avviene mediamente dopo 4-8 settimane. Ciò non
comporta l’impossibilità ad eseguire anche esercizi di
mobilizzazione ed a corpo libero, ma richiede cautela nella scelta
degli esercizi, rende necessario consigliare al paziente di evitare
l’uso di pesi superiori a 10 Kg e di evitare, al proprio domicilio,
attività che possano sollecitare l’allontanamento dei monconi
sternali.
ANGIOPLASTICA
CORONARICA
Le esperienze dopo
interventi di angioplastica coronarica (PCI) sono ancora limitate e
contrastanti. La più recente metanalisi ha considerato 11 trial: il
risultato aggregato sulla mortalità cardiovascolare è favorevole al
training, con una riduzione di mortalità del 19% 5. I dati più
significativi provengono dal trial ETICA , in cui la restenosi
dopo PCI non è risultata essere in relazione con l’esercizio e si è
ottenuta una riduzione delle ospedalizzazioni e degli eventi
cardiovascolari di circa il 30%. In una casistica più recente, in
pazienti con coronaropatia stabile (in oltre il 50% con patologia
monovasale), randomizzati a trattamento con solo esercizio fisico o
con PCI più stent, è stata osservata, a distanza di 12 mesi, una
significativa riduzione degli eventi cardiovascolari nei trattati
con training fisico rispetto a quanti erano stati sottoposti a
rivascolarizzazione . Ancora molto scarsi sono i dati sui pazienti
con infarto miocardico acuto trattati con PCI primaria. Nell’era
attuale di intensa terapia antiaggregante piastrinica, il rischio di
trombosi intrastent conseguente all’esecuzione di un test
ergometrico ed all’inizio precoce del training riabilitativo (dalla
3° settimana dall’evento indice) è comunque estremamente rara . Al
momento attuale ed in attesa di ulteriori studi, l’esercizio fisico
è indicato, secondo le modalità generali espresse in precedenza, nei
pazienti sottoposti a PCI con o senza stent, senza rischio di
restenosi “acuta” indotta dall’esercizio a partire dalla 3°
settimana dopo la procedura.
CORONAROPATICI
ANZIANI
La prescrizione
dell’esercizio riguarda sempre di più i pazienti anziani,
caratterizzati da malattia coronarica complicata, da una maggiore
comorbilità e da maggiori deficit funzionali, cognitivi ed
emozionali. Il declino della capacità aerobia età-dipendente, in
parte secondario a modificazioni fisiologiche degli apparati
cardiovascolare, respiratorio e muscolo-scheletrico ed in parte
dovuto ad abitudini di vita sedentaria, rappresenta una sorta di
"fattore di rischio" aggiuntivo per lo sviluppo di disabilità. Anche
la forza muscolare, che con la capacità aerobia concorre a
determinare la “riserva fisiologica” a cui il soggetto attinge per
compiere uno sforzo, se marcatamente ridotta può rendere il soggetto
incapace di compiere le normali attività della vita quotidiana, con
impatto negativo sull’autonomia e sulla prognosi. È evidente come
tale premessa rappresenti una specifica indicazione all’esercizio
fisico proprio nei cardiopatici di età avanzata, nei quali può
essere ottenuto un incremento della capacità funzionale
proporzionalmente simile a quello dei più giovani . Un recente
studio prospettico ha valutato gli effetti della riabilitazione dopo
infarto miocardico in pazienti di età geriatrica (>75 anni). È stato
dimostrato che un training aerobico di 8 settimane in pazienti
anziani a basso rischio, migliora la capacità funzionale e la
qualità della vita, mentre tali benefici non si ottengono nei gruppi
di controllo, non sottoposti a riabilitazione . Esercizio fisico
nella cardiopatia ischemica cronica Numerosi studi hanno documentato
l’efficacia dei programmi di esercizio nella cardiopatia ischemica
cronica. È stato dimostrato, infatti, che la prognosi a lungo
termine è significativamente migliore quando viene ottenuta e
mantenuta una capacità funzionale più elevata . Uno degli aspetti
più critici della prevenzione secondaria è tuttavia rappresentato
dalla scarsa aderenza ai programmi: dall’analisi di trials e studi
controllati, risulta che l’aderenza al programma di prevenzione,
anche dopo la riabilitazione, decade progressivamente a circa il
50-60% ad un anno ed a circa il 20-30% a 3 anni. Questo suggerisce
la necessità di rendere disponibili modelli organizzativi per la
fase di mantenimento con differente "modularità" per rispondere alle
diverse esigenze dettate dalle condizioni cliniche e dai bisogni di
sorveglianza. Nella realtà italiana esistono programmi per la
prevenzione secondaria più o meno strutturati e con differenti
aspetti organizzativi. Associazioni di ammalati (sotto forma di
Amici del Cuore, Clubs Coronarici ed altri) organizzano attività di
esercizio fisico autogestite o sotto supervisione in strutture
dedicate; in altre realtà i programmi sono promossi da Associazioni
non-profit o dal Volontariato; in altri casi ancora è il Centro di
riabilitazione che li gestisce sia fuori che dentro la struttura
ospedaliera. Ogni situazione locale deve necessariamente trovare le
soluzioni organizzative che meglio rispondono alle caratteristiche
del proprio contesto, purchè ciò avvenga nel rispetto dei criteri di
sicurezza. Non esistono indicazioni codificate per la prescrizione
dell’esercizio nella cardiopatia ischemica cronica. In pratica tutte
le indicazioni della letteratura sono assimilabili a quelle esposte
in precedenza per il post-acuto, soprattutto per quanto riguarda la
tipologia e l’intensità dell’esercizio. Sulla base delle indicazioni
esistenti, le principali norme di comportamento possono essere
riassunte nel modo seguente:
I pazienti
clinicamente stabili, a basso profilo di rischio , possono
effettuare varie tipologie di esercizio fisico di tipo ricreativo
autonomamente, senza necessità di sorveglianza.
I pazienti
clinicamente stabili ed a basso rischio, ma con difficoltà
all’aderenza o al cambiamento dello stile di vita o con altri
fattori di rischio presenti, possono effettuare l’esercizio fisico
autonomamente, ma necessitano di periodici rinforzi da parte del
Curante o di una struttura riabilitativa di riferimento.
I pazienti con
condizioni che li espongono al rischio di progressione di malattia (per
esempio: diabete, ipertensione) o di deterioramento della funzione
cardiaca (per esempio: malattia coronarica plurivasale), devono
effettuare esercizio fisico solo con rivalutazioni periodiche che ne
documentino la stabilità; la prescrizione deve essere limitata ad
attività aerobiche a bassa intensità.
I pazienti con
profilo di rischio medioelevato dovrebbero effettuare attività
fisica in strutture dedicate, che garantiscono esperienza e
competenza degli operatori; nei casi più complessi è necessaria
anche la supervisione medica.
Raccomandazioni Prescrizione dell’esercizio nella cardiopatia
ischemica post-acuta
1) Personalizzare il
programma sulla base della valutazione iniziale e del “profilo di
rischio”.
2) L’intensità
dell’esercizio viene stabilita sulla base della frequenza cardiaca
corrispondente al 70-80% di quella massimale raggiunta al test
ergometrico per i soggetti in buone condizioni funzionali e a basso
rischio.
3) La durata di ogni
sessione di esercizio deve essere di almeno 20 minuti, alla FC
individuata come target; la frequenza delle sessioni compresa tra 3
e 5 per settimana; l’esercizio deve essere eseguito in un setting
riabilitativo, la durata del programma dovrebbe essere non inferiore
a 3 settimane.
4) Il monitoraggio
ECG è indicato per tutta la durata del programma per i soggetti ad
alto rischio, solo nelle sessioni iniziali per quelli a basso
rischio.
5) I pazienti devono
essere istruiti all’autovalutazione della FC e dell’intensità dello
sforzo ed al riconoscimento dei sintomi.
6) Nell’ischemia
stabile da sforzo l’esercizio deve essere condotto scrupolosamente
al di sotto della soglia ischemica.
7) Nei pazienti con
disfunzione ventricolare sinistra postinfartuale un esercizio
fisico, se condotto a bassa intensità (50-70% della FC massimale),
non produce effetti sfavorevoli sul rimodellamento ventricolare.
8) Dopo
rivascolarizzazione coronarica chirurgica, la prescrizione
dell’esercizio fisico segue i principi generali indicati per la
cardiopatia ischemica post-acuta, evitando nei primi due mesi
esercizi che pssono sollecitare lo sterno.
9) L’esercizio fisico
è indicato nei pazienti sottoposti ad angioplastica coronarica,
senza rischi di restenosi “acuta” indotti dall’esercizio, anche
quando è presente lo stent, a partire dalla 3 a settimana dalla
procedura.
10) Programmi di
esercizio, anche a bassa intensità, sono applicabili, efficaci e
sicuri anche nei pazienti coronaropatici di età >75 anni.
Prescrizione dell’esercizio nella cardiopatia ischemica cronica
1) Nei pazienti a
basso rischio l’esercizio può essere autogestito, con intensità al
di sotto dell’80% della FC max.
2) Non vi sono
limitazioni allo svolgimento di esercizio aerobico, anche di tipo
ricreativo, purchè vengano rispettati i criteri di sicurezza
derivanti dalla valutazione funzionale cardiologica sotto sforzo.
3) In presenza di
fattori che espongono al rischio di progressione di malattia sono
necessarie periodiche rivalutazioni e l’esercizio viene prescritto a
bassa intensità.
4) Nei pazienti a
rischio elevato è raccomandabile la supervisione, con criteri di
intensità analoghi a quelli utilizzati per il postacuto.
5) Il regime di
esercizio fisico dovrebbe essere continuato il più a lungo
possibile.
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