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Effetti
dell’esercizio fisico sui fattori di rischio cardiovascolari
A.Anedda,
M. Penco, M. Vona A. Bonetti
L’esercizio fisico
regolare di tipo aerobico
è in grado di
migliorare la totalità dei fattori di rischio cardiovascolare
modificabili.
Diversamente dai farmaci che normalmente sono specifici per singolo
fattore di rischio (antipertensivi, antidiabetici, ipolipemizzanti,
eccetera), l’esercizio fisico ha effetti favorevoli su più fattori
di rischio contemporaneamente.Quando i livelli dei singoli fattori
di rischio non sono particolarmente elevati, appare ingiustificato
ed estremamente costoso ricorrere alla terapia farmacologica in
prima battuta.In questi casi risulta preferibile adottare, almeno
inizialmente, misure terapeutiche basate su modificazioni dello
stile di vita: attività fisica, alimentazione corretta, cessazione
del fumo, eccetera.Tra
gli interventi non farmacologici, l’esercizio fisico risulta quello
più interessante
in quanto efficace nel controllare i vari fattori di rischio e
capace contemporaneamente di migliorare significativamente la
qualità di vita. Nel presente capitolo
vengono descritti gli effetti dell’esercizio fisico sui principali
fattori di rischio modificabili. Gli effetti dell’esercizio fisico
sull’ipertensione arteriosa sono discussi nello specifico capitolo.
( vedi
"l’esercizio fisico nel paziente iperteso"
)
Alcoolismo e
tabagismo
Alcool, fumo e
tossicodipendenza sono i maggiori pericoli per la popolazione
giovanile.Secondo i dati dell’ISTAT nella fascia di età che va dai
15 ai 17 anni, l’uso di alcool si attesta attorno al 10%.
All’aumentare dell’età il consumo cresce in modo notevole: tra i 17
e i 24 anni bevono alcolici il 39,3% dei maschi e il 21,1% delle
femmine . I dati più allarmanti vengono comunque dal tabagismo dato
che tra i 15 e i 17 anni fumano il 13% dei maschi e il 6,7% delle
femmine, percentuali che salgono al 30,9% e 14,6% a diciott’anni.In
letteratura, i dati inerenti la relazione tra esercizio fisico e
tabagismo sono abbastanza disomogenei. Infatti, accanto a numerosi
lavori che documentano una correlazione inversa tra fumo e attività
fisica, ve ne sono altri che non confermano tale correlazione.In uno
studio compiuto in Emilia Romagna nell’anno 2000 su una popolazione
di 26 434 soggetti sportivi sottoposti alla visita di idoneità
sportiva agonistica, la prevalenza generale di fumatori riscontrata
è stata del 24,9% con percentuali del 25,9% nei maschi e del 14,9%
nelle femmine .
Dislipidemie
L’attività fisica
provoca modificazioni favorevoli in senso antiaterogeno del
metabilismo lipidico, ma i dati della letteratura non sono del tutto
univoci.Risultati differenti si hanno per le diverse condizioni
sperimentali: raffronto fra sedentari e allenati su ampi strati di
popolazione; effetti dell’allenamento su soggetti sedentari; effetti
del disallenamento; effetti di una singola seduta di esercizio
fisico; impiego di carichi di lavoro differenti per tipo, intensità
e durata. Ciò nonostante, la vasta mole di ricerche consente di
trarre conclusioni abbastanza definitive.L’esercizio fisico di tipo
aerobico induce modificazioni favorevoli del metabolismo lipidico
che possiamo così riassumere:
calo dei
trigliceridi e delle principali lipoproteine
che li veicolano (VLDL);
nessuna
modificazione o lievi riduzioni della colesterolemia totale;
amento delle HDL,
prevalentemente a carico della sottofrazione HDL 2 ;
scarse e contrastanti
modificazioni di apo A-I e apo A-II;
lieve riduzione
delle LDL
(più marcata quando all’esercizio si associa un calo ponderale), ma
soprattutto variazione della loro composizione:
riduzione delle
particelle aterogene
più piccole e dense;
riduzione o
nessuna modificazione di apo B,
a seconda delle diverse condizioni sperimentali .
Anche laddove i dati
appaiono contradditori e non definitivi è importante sottolineare
che non esistono comunque in letteratura segnalazioni di segno
opposto, vale a dire di modificazioni in senso proaterogeno
L’esercizio di
tipo anaerobico,
invece, non sembra in grado di determinare alcuna modificazione o
addirittura pare indurre alcune variazioni sfavorevoli: riduzione
del colesterolo HDL, in particolare della sottofrazione HDL 2 5.
I meccanismi
attraverso
i quali tali modificazioni si realizzano sono riferibili all’assetto
endocrino-metabolico determinato dall’esercizio fisico aerobico:
calo dell’insulinemia,
aumento del somatotropo (GH), cortisolo e catecolamine;
aumentata attività
della lipoproteinlipasi, con aumento della lipolisi;
aumento di attività
dell’enzima lecitina- colesterolo-acetiltransferasi (LCAT) e ridotta
attività della trigliceridilipasi epatica (HTGL) 4-6.
Tutti questi effetti
sull’assetto lipidico si possono ottenere con l’esecuzione di lavoro
aerobico di moderata intensità per 3 volte alla settimana; un
aumento di intensità e/o frequenza non comporta ulteriori
miglioramenti.
Diabete mellito di
tipo II
I benefici
dell’attività fisica nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo
II sono stati messi in evidenza in numerosi studi. È dimostrato
infatti come un programma di attività fisica a lungo termine possa
determinare una riduzione delle alterazioni metaboliche associate a
tale patologia e una riduzione delle sue complicanze
cardiovascolari. Mentre la sedentarietà è stata associata ad un
incremento di mortalità nei soggetti con diabete mellito tipo II ,
dall’altro lato, uno studio recente ha dimostrato che l’attività
fisica determina una riduzione della mortalità cardiovascolare e
globale in tali pazienti.
Controllo glicemico
Una meta-analisi di
14 trials ha dimostrato che l’esercizio fisico porta ad una
riduzione dell’emoglobina glicosilata, e tale riduzione è
indipendente dalle modificazioni del peso corporeo . Questi effetti
a lungo termine sono dovuti all’adattamento della muscolatura
scheletrica, al metabolismo epatico ed alla composizione corporea
.La glicemia si riduce dopo una singola seduta di esercizio e questo
effetto a breve termine è verosimilmente secondario ad un aumento
dell’uptake del glucosio all’interno della muscolatura
scheletrica.Le modificazioni della tolleranza glucidica e della
sensibilità all’insulina sono correlate alla quantità di esercizio
e l’incremento dell’uptake del glucosio si verifica maggiormente nei
muscoli allenati rispetto a quelli non allenati .
Funzione diastolica
Il diabete di tipo II
si associa ad anormalità della funzione diastolica ventricolare
sinistra . Valori elevati di glicemia, anche se ad un livello
inferiore rispetto a quello necessario per la diagnosi di diabete,
risultano associati ad una riduzione della funzione diastolica
L’esercizio fisico sembra in grado di determinare un miglioramento
della funzione diastolica in modelli animali e nei soggetti con
ipertensione arteriosa . Ci si può quindi aspettare che l’esercizio
fisico possa miglio-rare la funzione diastolica anche nei soggetti
affetti da diabete mellito tipo II, anche se sono necessari
ulteriori studi per confermare tale ipotesi.
Funzione endoteliale
La disfunzione
endoteliale è una condizione frequente nei soggetti con diabete
mellito tipo II e nei soggetti pre-diabetici. La ridotta
vasodilatazione endoteliale a livello delle arterie coronarie e del
microcircolo contribuisce all’ischemia miocardica. È stato
dimostrato che l’esercizio fisico riduce i difetti di perfusione
miocardica nei pazienti con malattia coronarica, anche in assenza di
una regressione significativa della placca aterosclerotica e questo
sembra derivare proprio da un miglioramento della funzione
endoteliale .Gli studi che hanno utilizzato la vasodilatazione
reattiva iperemica dell’arteria brachiale come indice di funzione
endoteliale, hanno mostrato che l’esercizio fisico migliora la
funzione endoteliale nei soggetti con diabete mellito tipo II così
come nei soggetti con sindrome metabolica. Il miglioramento della
funzione endoteliale indotto dall’esercizio sembra essere secondario
all’aumento dello stress di parete, il quale porta ad un aumento
della liberazione di ossido nitrico endotelio-dipendente, inducendo
il rilasciamento della muscolatura liscia e quindi la
vasodilatazione.
Obesità
L’obesità, in
particolare il grasso intra-addominale, è associata all’insulino-resistenza,
all’intolleranza glucidica ed al diabete mellito. In uno studio
recente è stato dimostrato che l’esercizio fisico determina una
modesta riduzione del peso corporeo, ma una considerevole riduzione
del grasso intra-addominale . Inoltre, l’esercizio fisico comporta
un miglioramento della composizione corporea, come dimostrato da un
altro studio, nel quale, dopo 6 mesi di esercizio di resistenza si
verificava una riduzione della percentuale del grasso corporeo ed un
incremento della massa magra, senza alterazioni del peso corporeo.
Nei soggetti obesi si ha un incremento dei livelli di proteina C
reattiva (PCR) ed il tessuto adiposo è un importante fonte di
citochine, le quali contribuiscono all’infiammazione vascolare e
sistemica .Questo comporta disfunzione endoteliale, aumento del
rischio di aterosclerosi ed insulino-resistenza. Inoltre, diversi
studi hanno dimostrato che i livelli di PCR sono associati con
diverse componenti della sindrome metabolica e sono predittori del
rischio di evoluzione in diabete mellito tipo II . L’esercizio
fisico, poiché influisce sul peso corporeo, ed in particolare sulla
quantità di grasso, porta ad una riduzione degli indici di
infiammazione.
Prevenzione del
diabete tipo II
Diversi studi hanno
dimostrato che l’attività fisica, come parte di un cambiamento dello
stile di vita riguardante anche le abitudini alimentari, la
riduzione del peso corporeo e l’eliminazione dell’abitudine al fumo,
può essere utile nel prevenire o ritardare l’insorgenza di diabete
mellito tipo II .
L’ipoglicemia
correlata all’esercizio
La presenza di
elevati livelli di insulina, dovuti a somministrazione esogena, può
determinare un’attenuazione o addirittura prevenire l’aumentata
mobilizzazione del glucosio e degli altri substrati associata
all’esercizio e portare quindi ad una condizione di ipoglicemia.
Questo è quello che
può verificarsi nei pazienti con diabete mellito tipo II in
trattamento con insulina o sulfaniluree. Per tale motivo, i soggetti
diabetici, prima di intraprendere un programma di esercizio fisico,
andrebbero sottoposti ad una dettagliata valutazione medica che vada
a valutare, oltre alla presenza di complicanze micro e
macrovascolari che potrebbero essere peggiorate dall’esercizio
fisico, anche il controllo metabolico .
Diabete mellito di
tipo I
Nei diabetici tipo I
l’attività fisica migliora il profilo lipidico, riduce la pressione
arteriosa ed in generale influisce positivamente sul sistema
cardiovascolare.Tuttavia, diversi sono gli studi che non sono
riusciti a dimostrare un effetto indipendente dell’attività fisica
sul miglioramento del controllo glicemico nei pazienti affetti da
diabete mellito di tipo I. Tutti i tipi di attività fisica, comprese
le attività competitive possono essere svolte da soggetti affetti da
diabete mellito di tipo I, che non manifestano complicanze e con un
buon controllo dei valori glicemiciL’ipoglicemia che può
manifestarsi durante, immediatamente dopo o diverse ore dopo
l’attività fisica, può essere evitata tramite un corretto uso della
terapia insulinica. Questo richiede da parte del paziente
un’adeguata conoscenza della propria risposta ormonale e metabolica
ed una buona abilità di autogestione. In generale, per regolare la
risposta glicemica durante esercizio fisico, è utile seguire alcune
indicazioni:
1) buon controllo
metabolico prima di iniziare un regime di attività fisica;
2) monitorare i
livelli di glucosio ematico prima e dopo l’attività fisica;
3) assumere alimenti
(carboidrati) durante attività fisica prolungata.
Ci sono poi ulteriori
problemi legati all’età del soggetto: i bambini, ad esempio,
presentano una grande variabilità dei valori glicemici, pertanto è
richiesta un’assistenza da parte di genitori, insegnanti ed
istruttori.
Negli adolescenti,
invece, i cambiamenti ormonali possono contribuire a rendere
difficoltoso il controllo glicemico. Nonostante ciò, è chiaro che
con le dovute istruzioni sull’autogestione della terapia e sul
trattamento delle crisi ipoglicemiche, l’attività fisica è utile e
sicura in tutti i soggetti affetti da diabete mellito tipo I .
Obesità e sindrome
metabolica
I dati sull’obesità
in Europa sono stati per molto tempo sottovalutati, mentre in realtà
il fenomeno si sta rapidamente trasformando in una vera e propria
epidemia: sono obesi o in sovrappeso 200 milioni di europei; un
bambino su 5 è in sovrappeso e il numero di bambini di età scolare
in soprappeso cresce di 400 000 casi all’anno. L’Italia è tra i
paesi più colpiti dal fenomeno: oltre il 30% dei bambini tra i 7 e
gli 11 anni è in sovrappeso. Per Sindrome Metabolica si intende la
presenza contemporanea di una serie di alterazioni del metabolismo e
di fattori di rischio cardiovascolare .
Nel 2001 l’Adult
Treatment Panel III (ATP III)
ha stabilito che, per porre diagnosi di Sindrome Metabolica,
è sufficiente la presenza di almeno tre fra le seguenti
caratteristiche:
obesità addominale
(circonferenza vita >102 cm nell’uomo e >88 cm nella donna),
ipertrigliceridemia (>150 mg/dl),
bassi livelli di
HDL-colesterolo (<40 mg/dl nell’uomo e <50 mg/dl nella donna),
ipertensione (>130/85 mmHg),
iperglicemia a
digiuno (>110 mg/dl).
Altri fattori sono
stati via via identificati
ed inseriti nel contesto della sindrome (aumentata attività del
sistema nervoso simpatico, iperuricemia, condizione procoagulativa e
proinfiammatoria, disfunzione endoteliale), la quale si configura
come un insieme di complesse alterazioni metaboliche che hanno nello
stato di insulino-resistenza il comune denominatore patogenetico e
fisiopatologico La prevalenza della
Sindrome Metabolica nel mondo occidentale è molto elevata ed è
progressivamente incrementata con il dilagare dell’obesità.
Sedentarietà, iperalimentazione, consumo di cibi ipercalorici ad
elevato indice glicemico, alterato rapporto uomo/ ambiente, sono
tutti elementi che fungono da amplificatori di una probabile
predisposizione, geneticamente determinata. Nei paesi
industrializzati questa patologia pare interessare più del 25% della
popolazione adulta, non risparmiando tuttavia nemmeno le fasce di
età più giovani. Nei portatori della Sindrome Metabolica si
riscontra un importante aumento di complicanze cardiovascolari
D’altra parte, i difetti multipli che la caratterizzano
rappresentano singolarmente fattori di rischio ormai consolidati o
altri fattori cosiddetti “non classici” . Le stesse
iperinsulinemia e insulinoresistenza potrebbero essere
fattori di rischio aterogeno indipendenti. La Sindrome Metabolica è
stata inserita nella classificazione dei fattori di rischio
cardiovascolari dall’American Heart Association, che ha proposto una
strategia terapeutica incentrata su un’alimentazione corretta e
sull’incremento dell’attività fisica .Mettere in trattamento
farmacologico più di un quarto di tutta la popolazione, infatti,
presenta limiti insuperabili di tipo economico e organizzativo.
Quand’anche la scelta fosse indirizzata ad una percentuale più
ristretta di individui, in base al grado di rischio presentato, si
tratterebbe comunque di instaurare politerapie indirizzate verso i
singoli fattori (utilizzando ipoglicemizzanti, antipertensivi,
ipolipemizzanti, antiossidanti, anti-trombotici, eccetera), con
evidenti problemi di interferenze farmacologiche e di compliance.
Quella farmacologica, pertanto, deve rappresentare una scelta di
seconda istanza in caso di fallimento delle altre strategie, o in
presenza di patologie rilevanti, o di fattori di rischio di grado
elevato. Gli obiettivi del trattamento sono quelli di migliorare la
sensibilità insulinica da un lato e di prevenire o correggere le
alterazioni metaboliche e cardiovascolari dall’altro. Nei soggetti
con Sindrome Metabilica l’esercizio fisico produce
modificazioni metaboliche capaci di agire favorevolmente su tutte le
alterazioni indotte dall’insulino-resistenza. Questo pone nelle mani
del medico una potente arma di tipo non farmacologico per un
efficace intervento preventivo, terapeutico e riabilitativo. Se poi
all’esercizio fisico si associa l’intervento nutrizionale,
soprattutto se in grado di determinare calo ponderale, si ha un
ulteriore effetto additivo . L’allenamento di endurance migliora la
captazione del glucosio insulino-mediata e aumenta la capacità di
depositare glicogeno nei muscoli . L’esercizio agisce, inoltre,
sulle singole alterazioni che caratterizzano la Sindrome Metabolica
con effetti favorevoli, in parte mediati dal miglioramento della
sensibilità insulinica, in parte diretti . Il lavoro aerobico è in
grado di indurre importanti modificazioni del profilo lipidico in
senso antiaterogeno: riduzione dei trigliceridi e delle VLDL,
aumento delle HDL, riduzione delle LDL (soprattutto quando
all’attività fisica si associa un calo ponderale), con riduzione
delle particelle più piccole e dense e loro minor suscettibilità
all’ossidazione.
L’esercizio
fisico è una delle poche misure utili per evitare il recupero
ponderale nel trattamento dell’obesità ed induce una preferenziale
mobilizzazione dei lipidi dai depositi viscerali (più sensibili allo
stimolo lipolitico delle catecolamine), quelli più direttamente
correlati all’insulino-resistenza.
Con l’allenamento si
riduce la frequenza cardiaca a riposo e, a parità di carico
lavorativo, si ha un suo minor incremento sotto sforzo. L’espansione
del volume plasmatici e l’aumentata cappillarizzazione muscolare
riducono i valori pressori. La migliore sensibilità insulinica
inoltre si estrinseca anche con un miglioramento della sua azione
vasodilatante e della funzione endoteliale. Modificazioni
emoreologiche ed emocoagulative in senso antitrombotico si
verificano per gli effetti favorevoli del training su volemia,
fibrinogeno, fattori della coagulazione, PAI-1, aggregabilità
piastrinica e fibrinolisi.
Funzione
endoteliale
L’endotelio
è oggi
considerato un vero e proprio organo dalle dimensioni molto estese (1500
m2), dal peso di circa un chilo e mezzo e dalle
molteplici funzioni. Infatti, oltre a quelle tradizionalmente
conosciute come la regolazione del tono vascolare e della
coagulazione, è ormai chiaro che l’endotelio svolge un ruolo
essenziale, grazie alla produzione e secrezione di numerose
sostanze, nei processi infiammatori implicati nella patogenesi e
progressione dell’aterosclerosi e più in generale in tutte le
malattie cardiovascolari, compreso lo scompenso cardiaco. Le evidenze
scientifiche attuali mostrano che: la disfunzione endoteliale è la
conditio sine qua non per l’aterosclerosi nelle sue manifestazioni
acute e croniche ; la disfunzione endoteliale costituisce un indice
prognostico molto sensibile di successivi eventi cardiaci . Tutti i
principali fattori di rischio coronarici e tra essi anche la
sedentarietà, provocano marcata alterazione della fisiologia
endoteliale .Questo spiega perché la disfunzione endoteliale sia già
presente molto precocemente nella storia della malattia
aterosclerotica. L’endotelio, quindi, sta diventan-do sempre più uno
dei principali obiettivi di molti interventi terapeutici. Sin già
dai primi anni ’90, si sono accumulate evidenze scientifiche di come
l’esercizio fisico sia un ottimo e fisiologico sistema per ridurre o
normalizzare la disfunzione endoteliale .A questo proposito è
necessario ricordare che uno dei principali meccanismi di
attivazione delle azioni di vasodilatazione, antitrombotica,
antinfiammatoria e antiproliferativa è rappresentato dal cosiddetto
“shear stress”.Esso è la forza esercitata dallo scorrimento
del sangue la quale produce una trazione parallela all’asse
longitudinale del vaso. Questa forza è particolarmente elevata ed
efficace quando il flusso è di tipo laminare, molto meno quando il
flusso è turbolento . In molti dati sperimentali l’esercizio,
grazie all’aumento della velocità e della pulsatilità del flusso
secondario all’aumentata gittata cardiaca, ha mostrato la capacità
di incrementare il flusso laminare e dunque lo shear stress,
migliorando e/o ottimizzando così la funzione endoteliale. In
particolare, i dati della ricerca di base hanno messo in evidenza
che la quantità di ossido nitrico, sostanza chiave nella
fisiologia endoteliale (con molteplici azioni che vanno dalla
vasodilatazione all’azione anti-proliferativa e a quella
anti-trombotica), accresce di oltre 13 volte dopo circa 1 ora di
incremento dello shear stress secondario ad attività fisica .Nei
soggetti con fattori di rischio e dunque disfunzione endoteliale,
l’esercizio fisico induce indubbi benefici. In uno studio
randomizzato in soggetti diabetici, dopo 8 settimane di esercizio vi
era un aumento della vasodilatazione endotelio-dipendente di oltre
il doppio .Risultati simili sono stati osservati in soggetti con
sindrome metabolica e con dislipidemia . Anche nei pazienti
coronaropatici l’esercizio fisico è associato ad un marcato
miglioramento della funzione endoteliale, sia in quelli affetti da
cardiopatia cronica stabile sottoposti a procedura di angioplastica
, sia in quelli affetti da infarto miocardico recente . Comunque è
nei pazienti con scompenso cardiaco che l’attività fisica moderata e
regolare procura i maggiori benefici sulla funzione endoteliale .
Più recentemente l’esercizio fisico ha mostrato nell’animale e
nell’uomo la capacità di aumentare le cellule progenitrici
endoteliali.Tali cellule sono rilasciate dal midollo osseo, sono
essenziali nell’attività di riparazione endoteliale e la loro
quantità presente in circolo è inversamente correlata con la
presenza di fattori di rischio, oltre che prognosticamente rilevante
dal punto di vista degli eventi cardiovascolari . Uno studio recente
ha chiaramente dimostrato che alcune settimane di esercizio fisico
riescono a incrementare in maniera significativa il numero di queste
cellule Di conseguenza, l’esercizio fisico regolare sembra
migliorare la salute dei vasi arteriosi anche attraverso un aumento
di tale cellule progenitrici endoteliali.
Raccomandazioni
Risulta fondamentale
prescrivere programmi individualizzati ed adattati al singolo
paziente, sulla scorta del suo contesto funzionale, clinico e
sociale, onde poter ottenere la miglior compliance possibile. Dal
punto di vista degli effetti benefici sui fattori di rischio
cardiovascolare risulta più importante la quantità globale di
esercizio (esprimibile come l’energia consumata per l’attività
fisica, la quale dovrebbe essere almeno superiore alle 1 000
kcal/settimana), rispetto all’intensità alla quale esso viene
eseguito. Sicuramente efficaci sono le attività fisiche aerobiche ad
intensità moderata, durata superiore ai 30 minuti, svolte anche non
continuativamente, per almeno 150 minuti la settimana. Nel
prescrivere un programma di esercizio fisico individualizzato,
bisogna tener conto del difetto metabolico prevalente: lavoro
sicuramente aerobico di intensità moderata (40-59% del V . O2picco o
55-69% Fc max), di bassa intensità e di lunga durata, possibilmente
con frequenza giornaliera, se l’obiettivo prioritario è il calo
ponderale.
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